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Servizi, tutte le nomine in ballo dietro lo scontro sulle norme

La battaglia tra M5S e presidente del Consiglio squarcia il velo su una sfida per l’intelligence estesa ai più alti vertici della sicurezza nazionale

di Marco Ludovico

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(ANSA)

La battaglia tra M5S e presidente del Consiglio squarcia il velo su una sfida per l’intelligence estesa ai più alti vertici della sicurezza nazionale


4' di lettura

Con la fiducia messa oggi dal governo si chiude, solo per ora, il braccio di ferro sull’intelligence tra un’ampia fetta dei pentastellati e il premier Giuseppe Conte. Una tregua armata, il cessate il fuoco è provvisorio. L’intreccio tra esercizio di potere, mediazione sulla scelta dei nomi e dossier ad alto rischio è un tutt’uno. Un’altra mina vagante sulla stabilità dell’esecutivo. È esplosa nel groviglio di veleni e tranelli del M5S. Ma la questione attraversa tutta la maggioranza. E durerà a lungo. I fattori scatenanti sono molteplici. Le scadenze per le disfide si susseguono fino al 2021. Mosse e contromosse, come si è visto, sono partite da un pezzo.

Facciamo chiarezza sulle norme

Nel bailamme di informazioni confuse, sbagliate e distorte bisogna mettere un punto fermo perchè in realtà le modifiche introdotte da Conte non sono così sconvolgenti al di là della reazione politica. La legge sull’intelligence stabilisce per la nomina dei vertici il conferimento di un incarico di durata massima di quattro anni, rinnovabile una volta sola sempre fino a quattro anni massimo. L’emendamento di Conte prevede, nel caso di rinnovo, la possibilità per il presidente del Consiglio di dare più incarichi senza alterare il massimo di quattro anni: una sorta di spezzatino. Certo, hanno osservato le opposizioni con non pochi malumori, così aumenta l’influenza del premier, abilitato a esercitare più volte un potere di rinnovo limitato invece, nella versione originaria della legge, a una volta sola.

Il caso Parente

Tutto è nato dalla decisione a palazzo Chigi di prorogare il direttore dell’Aisi (agenzia informazioni e sicurezza interna) Mario Parente. In piena emergenza Covid-19 ci sono minacce a più riprese di infiltrazioni mafiose nell’economia. Rischi di eversione e di instabilità per l’ordine pubblico. Incursioni e attacchi dall’estero all’economia nazionale, Conte così non ha avuto dubbi: una discontinuità all’Aisi sarebbe stata rischiosa. I servizi d’intelligence in effetti hanno una configurazione superconcentrata al vertice. E i nuovi direttori, se arrivano dall’esterno, impiegano mesi e mesi prima di conoscere e diventare padroni della macchina.

Così il 16 giugno scorso, quasi allo scoccare della mezzanotte della scadenza dell’incarico, Conte manda al Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica presieduto da Raffaele Volpi (Lega), un decreto di proroga “tecnica” di un anno per Parente. Il direttore dell’Aisi è apprezzato da tutti i partiti, qualche malumore spunta dall’opposizione ma per Conte, non su di lui. Poi però la Corte dei Conti boccia il decreto del premier. E arriva ad agosto la norma di proroga-spezzatino inserita nel decreto legge sull’emergenza Covid-19. Perchè la guerra furibonda dentro M5S contro l’emendamento Conte si sia scatenata solo ieri è ancora un mistero. Ma basta guardare avanti per capire meglio.

Scadenze, prassi e nomine già scadute

Bisogna tornare indietro alla legge 124/2007 e all’incarico del direttore dell’Aisi per comprendere ancora meglio gli inghippi politici e normativi in ballo. Matteo Renzi, quando diventa premier a palazzo Chigi, introduce una prassi politica, non una norma, di modifica della 124: gli incarichi devono essere massimo di due anni. Sono di natura fiduciaria, se cambia il governo non può restare chi è stato espressione del precedente. Così si spiega il caso Parente, nominato da Renzi nel 2016 per un biennio e rinnovato dal Conte 1, per altri due anni, nel 2018. Non ci poteva essere un terzo rinnovo secondo la legge 124, ecco spiegata la proroga tecnica e poi l’emendamento.
Ma ora la sfida va oltre il direttore dell’Aisi, ormai blindato dalla fiducia, e attraversa un pacchetto di nomine numerose, diverse già scadute. E coinvolge una serie di poltrone di lusso, di prima e seconda fila. Non solo al vertice dei servizi segreti. Tanto per cominciare è vacante da metà maggio un posto da vicedirettore all’Aise (agenzia informazioni e sicurezza esterna) lasciato libero da Gianni Caravelli nominato direttore. La sera stessa della riunione del Cisr, il comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, per la nomina di Caravelli, si è parlato di alcuni candidati. Ci sono nomi di prestigio interni ed esterni al comparto intelligence. Ma finora non c’è stato accordo. Figuriamoci dopo lo scontro in Parlamento di ieri.

Una partita tutta politica

I posti ai vertici dell’intelligence si liberano a scadenze serrate. Ha lasciato l’Aise anche il secondo vicedirettore, Giuseppe Caputo, per un alto incarico nel gruppo San Donato di Milano. Con due posti liberi anziché uno si poteva immaginare un accordo politico, alias spartizione, più rapido: macché. In autunno si libera anche un posto di vice all’Aisi, Valerio Blengini termina l’incarico e va in pensione. Potrebbe essere nominato anche un terzo vice all’Aise. Ma la battaglia di potere vero è a dicembre. Ed è tutta politica. Solo così si spiega lo scontro a fuoco di ieri. A fine anno scade Gennaro Vecchione, direttore del Dis (dipartimento informazioni e sicurezza), legato da un’antica e piena fiducia a Giuseppe Conte. Il rinnovo di Vecchione e la durata del suo nuovo incarico dipendono dalla forza politica dell’attuale premier.

Ma la visuale va allargata: il 21 gennaio scade l’attuale comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri. Un’altra sfida enorme dove il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, non starà a guardare. E se dentro M5S non c’è unità non ci sarà neanche sul nome del successore di Nistri. A voler completare il quadro, nel 2021 scadono a inizio anno il capo di Stato maggiore dell’Esercito, Salvatore Farina, e a fine anno il segretario generale della Difesa, Nicolò Falsaperna, il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, e quello di Stato maggiore dell’Aeronautica, Alberto Rosso. Resta il riferimento di Franco Gabrielli, direttore generale della Ps e capo della Polizia: il suo incarico non ha scadenza. Di certo è un movimento di portata molto ampia per la sicurezza nazionale. Dove la politica dovrà trovare equilibri finora molti fragili e precari. Le novità potrebbero essere numerose. Potrebbe accadere di tutto.


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