(none)

L’ultima notte di Antonio Canova: nella parola il «seme»…

  • Abbonati
  • Accedi
diario di lettura

L’ultima notte di Antonio Canova: nella parola il «seme» dell’umanità

Questo è un libro controcorrente, nel senso che è fieramente fuori coro. Per la lingua, in primo luogo; per il genere che ad essere schematici potremmo ricondurre al romanzo storico. Romanzo storico che non affonda nel polpettone della storia, ma che della storia tira fuori il sangue degli uomini e sa ricondurre la dialettica dei protagonisti alle domande, eterne e ripetute, che da sempre ci stringono il cuore: l’identità e l’ambizione, la paternità o meglio la genitorialità, il male (quanto male siamo in grado di reggere e di compiere cercando la felicità). Se dovessi esprimere con una parola di che sostanza mi ha impregnato la lettura de L'ultima notte di Antonio di Canova di Gabriele Dadati (Baldini+Castoldi, pp.341, 18 euro) direi “purezza”.

La trama: Siamo a Venezia, in ottobre, è il 1822. Antonio Canova che in quel momento è considerato il più grande artista del mondo sta per morire. Con lui c'è il fratello Giovan Battista Sartori che lo adora ed è lì ad accudirlo, ad ascoltarlo («..Sartori non sapeva cosa dire. La disperazione che aveva incrinato più volte la voce del fratello, il pianto che era stato dapprima ricacciato indietro, poi tamponato con le mani e infine in qualche modo vinto, ma soprattutto le immagini che vividamente gli si disegnavano davanti agli occhi perché conosceva i luoghi e aveva conosciuto Pasino, tutto questo gli dava la misura dell’angoscia di quel bambino solo al mondo. Che avrebbe voluto tirare a sé, accarezzare e abbracciare, così come provava l’istinto di farlo con l’uomo che quel bambino era diventato e che adesso stava lì nel letto, ancora più febbricitante dopo il racconto...») . La vita che si conclude è l'occasione per un “confessione”. Il genio lascia il posto all'uomo ed è lui che vuol chiudere la partita con l'esistenza.

Inizia così un racconto che riporta indietro la storia a dodici anni prima al 1810 quando Canova era lo scultore di corte alla corte di Napoleone. Lì incontra Maria Luisa, la giovane moglie di Napoleone Bonaparte, da lui a tutti costi voluta per cercare la discendenza e rinsaldare il potere. Canova che ha l’incarico di ritrarre la donna, pian piano ne diventa amico, la osserva, la ascolta. Fino ad essere testimone. Di cosa? Della parte più nera della storia e di questa storia: gli atti “sovversivi” che contaminano. Per primo Napoleone, poi Maria Luisa quindi il maestro. La confessione è la narrazione di questa contaminazione ma soprattutto di una somiglianza: due uomini, Canova e Bonaparte, ossessionati dalla genitorialità. La memoria del padre non avuto, le tensione verso una paternità che non si compie. La genitorialità è la certezza dell'eternità che supera il sigillo sulla storia, o il talento. Nessuna opera è realmente eterna più del proprio seme che allunga le generazioni.

Gianluca Barbera ha definito Gabriele Dadati «una delle voci più delicate della nostra letteratura». Prendiamo ad esempio questa storia, avrebbe potuto essere durissima. Eppure ogni pagina costruisce e restituisce un'aura, rara, di accudimento del genere umano. Come uno sguardo pietoso ed empatico. La parola ripercorre è cristallo, il ritmo è cadenzato, l’andatura costante, niente strappi sulla voragine. L’occhio e l’animo scorrono come fa la mano sul marmo di Canova. «Davvero io vi chiamo mio amico. Siete il primo che chiamo così da quando me ne sono andata da Vienna e sono arrivata qui, imperatrice e prigioniera. Però dovete dirmi quanto potrete sopportare queste confidenze. Quanto potrete ascoltare ancora questa storia sapendo fin dall’inizio che è una storia di tormento e che non ci sarà nulla che possiate fare per me».

© Riproduzione riservata