Gli aiuti europei

Recovery plan nella palude del Parlamento: 312 giorni per approvare una legge

Diventa operativo il cronoprogramma del governo, ma deve fare i conti con le lentezze delle Camere: la navigazione dei «collegati» è di 170 giorni

di Marco Rogari

Il Recovery plan di Draghi: ecco cosa prevede

4' di lettura

Chissà se Mario Draghi nel calibrare il cronoprogramma per l’attuazione del Pnrr avrà pensato ai 1007 giorni di navigazione parlamentare che sono stati necessari per garantire l’approdo al primo embrione dell’assegno unico per i figli. E chissà se il premier si sarà soffermato sulle cosiddette «statistiche sull’attività legislativa» che fissano in 312 giorni il tempo medio di approvazione da parte delle Camere delle leggi di iniziativa governativa, al netto ovviamente dei decreti legge incanalati su un percorso di fatto «blindato» dai 60 giorni previsti per la loro «conversione».
Proprio la tendenza di Montecitorio e Palazzo Madama a non affondare sull’acceleratore rischia di trasformarsi in una delle incognite principali per il cammino del Recovery plan e per il rispetto della tabella di marcia concordata con Bruxelles, dalla quale dipende l’effettiva erogazione delle varie tranches di aiuti europei a disposizione del nostro Paese.

L’incognita dei tempi in Parlamento

Non a caso la questione «tempi» è stata al centro nelle scorse settimane di un colloquio tra il capo dello Stato e i presidenti di Camera e Senato. Una questione che con l’avvio del delicato meccanismo d’attuazione del Recovery, che sarà sancito dall’ormai prossimo varo (non del tutto indolore) dei primi provvedimenti in agenda, ovvero i decreti sulle semplificazione e sulla governance del Pnrr, diventa ora centrale nel rapporto tra il governo, la sua maggioranza e le Camere.

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Dal fisco agli incentivi alle imprese: i 9 collegati in calendario

Anche ai provvedimenti indicati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza che non saranno varati dal governo sotto forma di Dl sarà assicurata una corsia preferenziale. Un accorgimento che dovrebbe limitare la tentazione alla «melina» di deputati e senatori. E in quest’ottica vanno collocati i Ddl «collegati» contemplati dal cronoprogramma del governo. Il collegamento alla manovra consente a questi disegni di legge di essere indirizzati in Parlamento su una sorta di via veloce, anche se non più ancorata alla sessione di bilancio autunnale, come invece accadeva qualche anno fa. Sono ben nove quelli annunciati dall’esecutivo: riforma della giustizia tributaria (da approvare entro l’anno); incentivi alle imprese e semplificazione investimenti per il Sud (da presentare alle Camere entro il 30 settembre); anticorruzione (atteso prima della fine di giugno); delega per la riforma fiscale (entro luglio); riforma degli ammortizzatori sociali (sempre entro luglio); riforma della proprietà industriale (da presentare dopo la consultazione pubblica prevista quest’anno); lauree abilitanti (non è stato fissato un termine); legge quadro sulle disabilità (entro la fine della legislatura); nuovo assetto istituzionale per la prevenzione sanitaria (entro giugno 2022).

I quasi sei mesi in media per l’ok delle Camere

Ma dalle rilevazioni sul cammino dei «collegati» nei due rami del Parlamento non arrivano segnali del tutto rassicuranti. Dalle statistiche del Senato emerge che il tempo medio per l’approvazione di questi disegni di legge è di 170 giorni considerando l’arco di tempo compreso tra il primo esame della prima lettura del testo e il via libera finale. Mentre 312, sempre in media, sono i giorni necessari per l’ok delle Camere alla massa complessiva dei provvedimenti del governo, al netto del decreti legge, che comprende però anche le laboriose ratifiche dei Trattati internazionali. Sempre secondo il monitoraggio di palazzo Madama per la conversione dei Dl mediamente servono 42 giorni. Ai quali, sulla base dell’ultima fotografia scattata dall’ufficio studi della Camera sulle leggi prodotte al 30 aprile nel corso di questa legislatura, si arriva (senza considerare i tempi di trasmissione dei testi tra i due rami del Parlamento) con una navigazione di 30 giorni in prima lettura e di dieci giorni in seconda lettura. Una navigazione che spesso si rivela tutt’altro che improntata alla velocità, come dimostra la lunga «attesa» alla quale è stato ad esempio sottoposto al Senato il primo decreto Sostegni.

I 623 giorni per la sicurezza delle professioni sanitarie

L’ultimo dossier dei tecnici della Camera sulla produzione legislativa durante la diciottesima legislatura può rappresentare una campanello d’allarme per la gestione parlamentare dei provvedimenti portanti del Pnrr. Tra quelli d’iniziativa del governo, la legge sull’istituzione dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli operatori sanitari (n. 113/2020) ha dovuto attendere 623 giorni per ottenere il sigillo delle Camere. Mentre ne sono stati necessari 355 per la legge di delegazione europea (n. 117/19) e 174 per il via libera alla legge sulla tutela delle vittime della violenza di genere (n.69/2019). In molti casi è risultato ancora più lungo l’iter dei provvedimenti di ratifica dei trattati internazionali. Basti pensare all’esecuzione del Protocollo n. 15 relativo all’emendamento alla Convenzione peer la salvaguardia dei diritti dell’uomo (legge n. 11/2021)) che è arrivata dopo 720 giorni dall’avvio dell’esame del testo. Tra i disegni di legge di iniziativa parlamentare la traversata più lunga spetta al testo sull’assegno unico per i figli, con 1007 giorni dal momento della presentazione della prima delle varie proposte dei vari «gruppi», anche se le letture effettive del testo di riferimento finale sono durate, rispettivamente, non più di 25 (la prima) e 168 giorni (la seconda). Sono invece serviti 657 giorni ai due rami del Parlamento per approvare la legge sul riconoscimento della cefalea primaria cronica come malattia sociale. Un andatura chiaramente incompatibile con la corsa contro il tempo per l’attuazione del Recovery plan.

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