Riformare la giustizia / 2

Servono correttivi per alleggerire i tribunali

di Giorgio Spangher

(AP - stock.adobe.com)

2' di lettura

È verosimile che a una riforma nata con la funzione di apportare correttivi al d.d.l. AC n. 2435, non potesse essere assegnato il compito di una riforma globale della giustizia penale. È, tuttavia, altrettanto evidente che – come per il rinnovato sistema sanzionatorio, largamente ed organicamente ridisegnato tra aspetti di diritto penale sostanziale e profili processuali – anche il processo avrebbe richiesto e richiede, quindi (si è sempre in tempo per farli) aggiustamenti sistematici.

Sono state evidenziate opinioni diversificate in materia di impugnazioni e di appello, in particolare, sia con riferimento alla legittimazione sia in relazione alla sua natura. Al pari, proprio questa riforma nell’intelaiatura complessiva dell’intersecazione di profili premiali, estintivi, e a quelli connotati da una visione solidaristica, ha messo in luce, anche in attesa delle scelte in tema di prescrizione e di durata ragionevole del processo, riserve sotto il profilo della “filosofia” del nuovo modello processuale emergente dalla proposta complessiva.

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In particolare, il modello proposto non può non tener conto di come potranno orientarsi i comportamenti dei protagonisti e dei comprimari della vicenda processuale.

Il discorso riguarda naturalmente la declinazione dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, che si caleranno nelle diverse realtà della criminalità, nell’efficienza del sistema, nelle risorse a disposizione, da considerare anche nei più ampi sviluppi processuali: giudizio e impugnazioni.

Senza correttivi adeguati, lo squilibrio nei diversi distretti dei tempi di smaltimento del carico processuale, pur alleggerito, resterà tale.

Bisognerà verificare come saranno valutati e gestiti dall’accusa e dai giudici i due nuovi filtri, dell’archiviazione e dell’udienza preliminare, per verificare quantitativamente la loro attitudine decongestionante, posto che bisogna alleggerire il sistema di un 25%, nonché andranno verificate le vicissitudini della nuova udienza predibattimentale.

Bisognerà vedere se la riforma sarà accompagnata o meno da un provvedimento indulgenziale – a bassa intensità –, accompagnato o meno da sanzioni light o comportamenti seppur non onerosi.

Si tratta di aspetti sui quali si sta dibattendo e che troveranno risposta nella proposta che il ministro si appresta a presentare alla Commissione giustizia e sulla quale verranno presentati gli emendamenti da parte dei deputati.

Nel corso delle audizioni era stata segnalata da più parti la necessità di intervenire in materia di misure cautelari reali, che non possono ritenersi estranee al tema delle libertà che non sono solo quella della dimensione stricto sensu personale.

Sul punto, forse mancando previsioni correlate sul citato d.d.l. Bonafede, la Commissione non ha dato indicazioni che si spera potranno essere prospettate in sede parlamentare.

Quello che sarebbe stato necessario e sarà necessario è considerare le possibili ricadute in tema di misure cautelari, soprattutto in relazione alla misura inframuraria, per effetto delle mutate soglie della pena che consentono di definire il processo in modo più favorevole rispetto all’attuale.

Il dato, astrattamente presente nella previsione prognostica del principio di proporzionalità di cui al comma 3 dell’art. 275 c.p.p., non appare adeguato a questo fine.

Già docente di Procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza” di cui è stato anche preside

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