L’INTERVISTA

«Servono fondi più grandi per far crescere il mercato italiano»

Innocenzo Cipolletta. Per il presidente dell'Aifi bisogna convogliare sulle Pmi investimenti privati e previdenziali


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Il Presidente Aifi Innocenzo Cipolletta

3' di lettura

«Servono “fondi di fondi” per incanalare sui territori gli investimenti privati e previdenziali». L’apparente paradosso di un Paese - e di un Centro Italia in particolare - sulla carta molto interessante per i fondi di investimento, in virtù della concentrazione di Pmi ad alto potenziale bisognose di capitali, ma nei fatti ancora poco battuto dai gestori internazionali ha diverse concause e una soluzione: «La creazione di “fondi dei fondi”, ovvero fondi più grandi che investono su diversi fondi private più piccoli, facendo crescere il mercato, diversificando il rischio e convogliando così il risparmio pensionistico sulle Pmi: è quello su cui stiamo lavorando con Cdp e istituti previdenziali» anticipa Innocenzo Cipolletta, classe 1941, presidente di Aifi, (l'Associazione italiana del private equity, del venture capital e del private debt), nonché alla guida di Assonime (l’associazione fra le società italiane per azioni) e presidente di Confindustria Cultura.

Presidente, i dati Aifi ci dicono che nel 2019 c’è stato un forte rallentamento del private equity in tutta Italia. Che cosa non funziona nel rapporto tra imprese e investitori istituzionali?

Io credo che il nostro Paese sia in teoria il più attraente per il private equity, perché è terra di Pmi che producono eccellenze made in Italy apprezzate in tutto il mondo e che hanno estremo bisogno di capitali per crescere. Se si passa dalla teoria alla realtà ci si accorge però che il tessuto è costituito perlopiù da piccole imprese familiari, spesso padronali, in cui l’imprenditore non è pronto a cedere il controllo azionario o una quota rilevante di esso e con l'azienda ha un legame personale, quasi viscerale. Eppure la situazione sta cambiando.

In che senso?

È finita l'epoca in cui il credito bancario sostituiva il capitale nel ruolo di finanziatore delle attività aziendali. Da un lato le banche sono sempre meno disponibili a erogare fondi alle piccole imprese, dall’altro lato i tassi di interesse bassissimi del mercato spingono gli investitori a cambiare il vecchio approccio speculativo e ad allungare l’orizzonte temporale, pur di cogliere opportunità di crescita: una logica di capitali pazienti e specializzazione più affine a quella degli imprenditori.

I dati Aifi del primo semestre 2019 confermano che la Lombardia, da sola, ha raccolto 77 operazioni di investimento, la metà del totale Italia. L'Emilia-Romagna 21, il Lazio 13, la Toscana 8, le Marche 3. Come spiega una tale sproporzione?

Sicuramente il fatto che Milano sia la base operativa degli investitori istituzionali in Italia facilita geograficamente l’attenzione e la copertura del territorio circostante, ma credo sia più un fattore culturale a spiegare la distanza dei numeri tra questi territori. Dove la piccola imprenditoria, soprattutto familiare, è più forte, come nel Centro Italia, aumenta la diffidenza ad aprire capitale e dati dell’azienda a terze parti. E questo anche se nove volte su dieci queste Pmi non generano cash flow interno sufficiente per crescere ed essere competitive. Ma i cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi.

Non va meglio neppure per il venture capital: perché?

Il ritardo del venture capital è un tema di tutto il nostro Paese, non solo dell’Italia centrale, perché si tratta di un mercato molto rischioso che ovunque nel mondo è stato affrontato attraverso l’intervento delle istituzioni pubbliche a supporto dell’investimento privato. Pensiamo a quanto fatto in Francia o in Germania. Ma anche in Italia rivendico i progressi ottenuti grazie all’impegno sia di Aifi sia del Fondo italiano di investimento, che ho guidato per due mandati: un veicolo come P101 non sarebbe mai nato. Non mancano certo start up e idee imprenditoriali da sviluppare nelle nostre regioni, mancano purtroppo operatori di venture capital di una certa dimensione, ma come Aifi stiamo cercando di mettere insieme le imprese più grandi e strutturate per sostenere lo sviluppo del corporate venture capital.

La stessa logica di aggregazione potrebbe aiutare anche il mercato del private equity?

Assolutamente sì, ed è quello su cui stiamo lavorando con Cdp e istituti previdenziali, perché oggi i nostri fondi domestici sono troppo piccoli. Solo creando fondi di fondi più grandi possiamo far crescere il mercato e convogliare il risparmio previdenziale garantendo una buona remunerazione.

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