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Servono oltre 12 miliardi d’investimenti sulla rete idrica

Il settore idrico italiano è ancora lontano dalle performance degli altri paesi europei in termini di investimenti. E non piace agli investitori privati

di Sara Monaci

Acque Bresciane, nel Pnrr attenzione a risorsa idrica

3' di lettura

Migliora ma viaggia lentamente. Il settore idrico italiano è ancora lontano dalle performance degli altri paesi europei in termini di investimenti: per colmare il gap con il resto d’Europa occorrerebbe investire 12,5 miliardi entro il 2030; e a questa cifra dovremmo aggiungere 6 miliardi di investimento all’anno per migliorie e manuntenzioni (100 euro per abitante circa), mentre per ora gli operatori ne hanno investiti solo 3,5 all’anno.
Il quadro emerge dalla ricerca dedicata alla relazione tra investitori e settore idrico, promossa da Gruppo Cap, gestore del servizio nella Città metropolitana di Milano e in altre province lombarde (in collaborazione con EticaNews, Esg Knowledge Company e Assolombarda). Quando parliamo di colmare il gap con l’Europa non ci riferiamo solo alla depurazione, notoriamente uno degli aspetti più carenti dell’Italia (già aggravata da quasi 30mila procedure di infrazione in tanti agglomerati urbani), ma anche alla dispersione idrica, che nel Sud del paese e nelle Isole raggiunge una media del 50% (a Milano è al 16%, tra le performance migliori).

L’acqua non piace ai privati

L’obiettivo dell’indagine era proprio capire cosa gli investitori privati e i gruppi bancari pensassero del settore. Quello che viene evidenziato è un clima di sfiducia complessiva intorno al comparto dell’acqua in Italia. In generale i privati si tengono lontani dagli investimenti - sia nelle reti idriche che nella depurazione - per via della grande frammentazione in tante piccole e medie attività; di un quadro normativo incerto e dell’incapacità di far valere le leggi; dell’assenza di un reparto dedicato all’interno degli istituti bancari.

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E in effetti la frammentazione è il difetto principale del settore in Italia: si contano 700 operatori, nonostante già la legge Galli del 1994 chiedesse di ridurre drasticamente il numero delle società e di non averne più di una per territorio provinciale. Ma non solo: alla frammentazione si aggiunge anche una gestione non sempre efficiente, o comunque non di tipo industriale. Su 700 operatori, solo 70 gestiscono il comparto con affidamento (prevalentemente in house con la pubblica amministrazione, in rari casi a seguito di gare, come per esempio fa Iren). Il resto svolge il servizio “in economia”, il che significa servendosi di un ufficio all’interno dello stesso comune, con funzionari della Pa. Queste caratteristiche inibiscono gli eventuali investimenti privati.

Dove sono le risorse

Dalla ricerca emerge anche che i principali gestori delle aziende idriche sarebbero attualmente in grado di attivare 5 miliardi di indebitamento, o attraverso bond o attraverso prestiti più classici. Ad affiancare questa potenzialità finanziaria ci sono anche le risorse che il Pnrr destina al comparto in Italia, pari a 4,38 miliardi (e più in generale sono 750 i miliardi del pacchetto Ue destinato alle politiche di sosteniblità ambientale).

I GESTORI INDUSTRIALI
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«Senza dubbio il settore idrico si presenta frammentato in modo ancora eccessivo, e a volte la governance dei soggetti che vi operano presenta instabilità o dipendenza da logiche non prettamente industriali - dice Alessandro Russo, presidente del Gruppo Cap - In un contesto in cui il Pnrr promette di dare una spinta al rilancio del Paese, le infrastrutture e le aziende più evolute del settore rappresentano a livello internazionale uno dei poli di attrazione più forti. Il mondo della finanza dovrebbe guardare con maggiore interesse alle opportunità che questo settore offre, soprattutto ora».

Le aziende che riescono a investire di più sono quelle che in Italia hanno un azionariato misto pubblico-privato (pur a controllo pubblico), ma che sono riuscite ad avere gestione industriale, coprendo territori più ampi: Acea, Cap, Iren, Hera, A2a, Metropolitana milanese. Sono questi grandi gruppi ad assicurare da soli oltre la metà degli investimenti. Questi sono anche i gruppi che riescono ad accedere con maggiore facilità ai prestiti offerti dalla Bei, l’istituto di credito che dà maggiore supporto al settore idrico.

Pochi sono i privati stranieri che investono in Italia. Gli unici esempi sono la francese Veolia, presente in Calabria (e con rapporti burrascosi con la Pubblica amministrazione) e la spagnola Acciona, presente soprattutto in Sardegna.

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