L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Servono più istruzione e nuovo lavoro

Qualunque sia la dinamica della diffusione dell’epidemia, gli investimenti in scuola, sanità, consegne a casa e home working non saranno sprecati

di Fabrizio Zilibotti

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(ANSA)

Qualunque sia la dinamica della diffusione dell’epidemia, gli investimenti in scuola, sanità, consegne a casa e home working non saranno sprecati


4' di lettura

Che cosa possono fare i governi per alleviare le sofferenze imposte dalla crisi del coronavirus? Gli economisti concordano sulle misure di emergenza. Iniettare liquidità nel sistema al fine di evitare fallimenti e licenziamenti in massa. Rilassare la disciplina fiscale per dare ai governi l’opportunità di intervenire a sostegno di famiglie e imprese.

Tuttavia, sarebbe un errore esagerare le analogie con la crisi del 2008. Whatever it takes e Coronabond possono essere strumenti utili nell’emergenza, ma è importante comprendere che siamo di fronte a una crisi di natura ben diversa. Lo shock viene dal lato offerta, con una produttività collassata a causa delle restrizioni alla mobilità, dei lockdown, o della rottura delle global supply chain.

Alcuni colleghi credono che questi aspetti siano secondari e destinati a esaurirsi tra breve. Il problema, dicono, sarà la crisi di domanda nel dopo-coronavirus. Sbagliano, a mio giudizio, perché quand’anche la crisi immediata dovesse essere gradualmente superata, ci aspettano nei prossimi mesi nuove ondate di infezioni, emergenze e zone rosse, possibilmente in diverse regioni del Paese e del mondo. Occorrerà tempo e pazienza prima di avere una soluzione farmacologica oppure un vaccino che ci permetta un ritorno alla normalità.

Pensare che si possa risollevare l’economia semplicemente sostenendo la domanda aggregata è illusorio. Le risorse pubbliche sono importanti, ma anche scarse, e devono essere usate in modo mirato per favorire una riconversione del sistema produttivo verso beni e servizi socialmente utili.

Cominciamo dai servizi sanitari e di assistenza alle persone. Soffriamo di una scarsità di beni e personale. Dato lo spettro di una crescita senza precedenti della disoccupazione, perché non investire su tali risorse umane? Si parta da un vasto programma su scala nazionale di test che identifichi gruppi immuni, per poi passare a programmi di formazione che possano nel giro di poche settimane formare migliaia di giovani a diverse forme di intervento.

Altro esempio sono i servizi di consegna a domicilio di prodotti di prima necessità. Al momento, la visita al supermercato è una severa fonte di circolazione delle infezioni. Più in generale, molte imprese sono impreparate a offrire forme di home working anche in settori dove queste sarebbero tecnologicamente possibili. Parte della spesa pubblica può essere indirizzata a favorire investimenti tesi a rendere l’organizzazione aziendale più flessibile.

Infine, pensiamo a istruzione e formazione. Gli effetti sulle generazioni future della chiusura di scuole e università saranno importanti. Yale University dove insegno si è organizzata rapidamente per fornire servizi di docenza online di qualità. Riceviamo servizi di training e assistenza, e al momento docenti e studenti siedono in diverse parti del mondo portando avanti l’attività docente. Proseguono lezioni, esercitazioni, seminari, ore di ufficio, etc. Ma Yale è un’istituzione ricca. Un gran numero di centri di istruzione devono affrontare la stessa emergenza con disponibilità di risorse drammaticamente inferiori. Centinaia di migliaia di allievi rischiano una riduzione nell’acquisizione di capitale umano a causa dell’assenza di un accesso a internet, oppure per scarsità di assistenza tecnica e professionale che rendano l’istruzione online un valido sostituto di quella tradizionale.

Molte famiglie cercheranno di supplire a queste difficoltà fornendo istruzione domestica, ma questo creerà disuguaglianze enormi che si ripercuoteranno sull’esperienza nel mercato del lavoro delle generazioni future. Insomma, il valore sociale di servizi ai diversi livelli della catena del sistema formativo è enorme. Ancora una volta, formare persone capaci di aiutare ai diversi livelli (assistanza informatica, call centre, etc.) è possibile.

Tutto questo può sembrare una reazione esagerata a una emergenza che potrebbe aver già superato la fase più critica. In realtà, il rischio di creare un eccesso di capacità nei settori da me menzionati è limitato. Da una parte, le tendenze demografiche continueranno a spingere la domanda di servizi sanitari e di assistenza personale. D’altra parte, la riorganizzazione del sistema produttivo nella direzione di una maggiore flessibilità rispetto ai luoghi di lavoro avrà effetti permanenti. Nell’ambito della ricerca universitaria, ci stiamo accorgendo che convegni e seminari online funzionano molto meglio di quanto non pensassimo. Sarei sorpreso se la docenza non dovesse subire importanti trasformazioni. I servizi che potremo offrire agli studenti potranno essere raffinati e resi più mirati una volta che la lezione diventi un prerequisito all’incontro personale. Quest’ultimo potrà essere dedicato a chiarimenti, discussioni e approfondimenti.

Il costo economico del coronavirus sarà severo. Tuttavia, alcuni degli aggiustamenti tecnologici in corso potranno convertirsi in opportunità per il futuro. I governi possono favorire questa transizione. Al contrario, programmi di spesa a pioggia finanziati con disavanzo pubblico rischiano di diventare un fardello sulla crescita che graverà sulle generazioni future. C’è anche il rischio di fomentare una cultura della dipendenza dai sussidi pubblici da cui sarà difficile uscire.

In molti casi, i benefici si estenderebbero a gruppi sociali già ampiamente protetti. Si pensi al costo dei sussidi alle aerolinee che daranno rilievo ai detentori di pacchetti azionari di tali imprese. È molto più efficace da un lato aiutare chi è colpito più direttamente dalla crisi, e dall’altro creare nuovi posti di lavoro socialmente utili nelle circostanze presenti. Soprattutto quando l’incertezza sul futuro regna sovrana.

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