ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIntervista a Alessandro Rosina

«Servono strumenti e soluzioni a misura delle piccole imprese»

Professore ordinario all'Università Cattolica di Milano

di Giovanna. Mancini

3' di lettura

«Se la Lombardia vuole confrontarsi con le regioni più dinamiche ed economicamente avanzate d’Europa, deve creare un contesto favorevole per la natalità». Per Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, «c’è un problema Paese e questo problema riguarda anche la Lombardia».

Nemmeno la regione più ricca d’Italia riesce a contrastare la denatalità?

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La situazione non è diversa dal resto del Paese, ma l’impatto potrebbe essere anche più grave che altrove, proprio perché qui la domanda di lavoro è più forte. Le imprese dovranno fare i conti con il fatto che ci saranno sempre meno giovani e diventerà sempre più problematico trovare la manodopera necessaria per alimentare sviluppo e crescita. Le aziende peraltro sono già oggi in difficoltà, dato che la denatalità del Paese dura ormai da 35-40 anni. Gli attuali 30enni, in Lombardia, sono un terzo in meno dei 50enni, quindi in prospettiva la forza lavoro lombarda rischia di perdere un terzo del proprio personale nei prossimi 20 anni.

Milano è la città dei single: quasi metà dei residenti vive da solo. Come si inverte la rotta?

È necessario rivitalizzare il territorio, renderlo più accogliente per chi vuole formare una famiglia e avere figli, non solo trovare un lavoro. In altri Paesi si investe molto di più sulle politiche che riguardano in particolare la conciliazione tra lavoro e famiglia che, soprattutto nelle grandi città, sono sempre più complessi da gestire e organizzare.

Le imprese cosa possono fare?

Sicuramente servono politiche pubbliche a favore della natalità, ma poi c’è bisogno anche di misure di welfare da parte delle aziende, che prevedano congedi parentali, anche di paternità, formule di part-time reversibile e servizi per l’infanzia sia nelle grandi aziende, sia in quelle piccole e medie. Va creato un ambiente lavorativo più attento alle necessità delle famiglie dei dipendenti, in modo che questi si possano sentire non solo lavoratori di un’azienda, ma anche parte di una comunità che li valorizza dal punto di vista professionale, ma che inoltre consente loro anche di realizzarsi dal punto di vista familiare.

Le aziende stesse ne trarrebbero vantaggio.

Certo, perché questo sistema crea un maggiore attaccamento nei dipendenti, che sono più soddisfatti e lavorano meglio. Inoltre, riduce l’assenteismo e il fenomeno, in continuo aumento, delle dimissioni da parte delle persone più capaci. Le aziende che investono di più in questa direzione attireranno e tratterranno i talenti migliori, le altre rischiano di perderli.

Lei segue questi temi da anni: vede segnali di cambiamento?

Siamo troppo lenti rispetto agli altri Paesi, ad esempio Francia e Germania per quanto riguarda le politiche pubbliche, o i Paesi scandinavi per quanto riguarda le scelte aziendali. Lì la cultura della conciliazione è all’interno delle imprese, è nella testa dei manager, dei titolari, che sanno che la conciliazione vita-lavoro crea una situazione “win-win-win”. Vince il dipendente, perché organizza meglio la propria vita; vince l’azienda, perché trattiene i dipendenti migliori e li rende più produttivi; vince il territorio, perché contrasta la desertificazione, attraverso una comunità che cresce e si riconosce in essa.

Il ritardo della Lombardia è legato al fatto che ha un tessuto industriale formato soprattutto da piccole aziende?

Sì. Nelle grandi aziende questa attenzione ormai c’è, anche se va rafforzata e migliorata. La sfida per il Paese e per il territorio è portare questa cultura nel tessuto delle medie e piccole aziende, perché è lì che in Italia si fa la differenza. Quello che funziona solo con le grandi imprese, nel nostro Paese non potrà mai diventare mai un processo di reale cambiamento anche culturale, rimarrà sempre qualcosa di minoritario. Servono soluzioni e servizi che le piccole e medie imprese possano adottare con successo. Occorre incentivare le Pmi ad attuare queste politiche e fornire servizi di consulenza per aiutarle, ad esempio creando reti di imprese o piattaforme comuni di welfare aziendale. Basta usare le Pmi come alibi: occorre ribaltare l’approccio e pensare a strumenti proprio per loro.

Esistono modelli di successo da seguire?

La Lombardia ha grandi potenzialità, ma è un territorio troppo eterogeneo, con alcuni comparti che rimangono indietro rispetto a questi processi e trasformazioni. All’interno della regione ci sono alcune esperienze positive, che però non hanno avuto finora la capacità di diventare massa critica e cambiamento sistemico.

Consigli?

Sperimentare. Non è detto che quello che funziona, ad esempio, nei Paesi scandinavi funzioni anche in Lombardia. Ma bisogna provare, implementando alcuni processi e poi monitorarli e misurarne l’impatto, vedere cosa funziona e cosa no, per poi migliorare e creare un processo che si rafforzi anno dopo anno. Le aziende che avranno adottato questo percorso si troveranno più competitive rispetto a quelle che non lo hanno fatto.

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