Cassazione

Sessismo in caserma: battute a doppio senso e offese sulla forma fisica, condannato il colonnello

L’ufficiale “gentiluomo” dimostrava un disprezzo generalizzato, ma lo personalizzava quando era rivolto alle donne. Per lui scatta la condanna per ingiuria e diffamazione

di Patrizia Maciocchi

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2' di lettura

La Sentenza

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Il disprezzo del colonnello poteva investire tutti, ma quando il bersaglio “inquadrato” era una donna, l’offesa aveva sempre uno sfondo sessuale. Per la Cassazione (sentenza 8268), che conferma le condanne dei tribunali militari, non si trattava di goliardia o battute da caserma: le donne erano viste come oggetti sessuali. Magari più o meno desiderabili, visto che l’ufficiale non mancava di “scherzare” anche sulla forma fisica delle signore in uniforme. L’ufficiale era stato condannato, in base al Codice penale militare di pace, a dieci mesi e venti giorni di reclusione per ingiuria e diffamazione nei confronti di inferiori.

Non erano battute da caserma

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Non passa la tesi della difesa secondo la quale quelli dell’ufficiale “gentiluono” erano solo scherzi o, al più, avances, comunque non perseguibili per mancanza di querela, messi in atto nell’ambito di un rapporto confidenziale. Diverso il quadro che emergeva dall’informativa di reato proposta da un generale, che descrive la condizione di paura in cui vivevano le militari, a fronte dei modi dell’ufficiale «vistosi, debordanti ed esagerati, accompagnati da asserzioni perentorie sul suo potere e sulla sua posizione di fatto». In questo contesto si inserivano le frasi offensive accompagnate da «movimenti manuali e facciali espliciti». Il giudice militare d’appello ha escluso che le testimonianze fossero, come pretendeva la difesa, esagerate, romanzate o frutto di risentimenti personali. Le esternazioni - afferma la Corte militare - risultavano offensive «senza necessità alcuna di ipotizzare che il personale femminile sia una specie protetta». Non è una giustificazione neppure l’ingresso nel linguaggio comune di alcune tra le parole utilizzate dal graduato, riferite a parti del corpo. Nello specifico erano oltraggiose perché pronunciate «all’interno di un lungo comportamento di squalifica delle destinatarie, nell’ambito di un rapporto di potere».

La Consulta sull’ingiuria nel Codice penale militare di pace

Non è utile al ricorrente neppure ricordare che l’ingiuria è stata depenalizzata dal legislatore interno nel 2016. La legittimità della permanenza nel Codice militare è stata, infatti, sottoposta alla Consulta che ha salvato la norma (sentenza 215/2017). Allora, il giudice delle leggi aveva sottolineato che un eventuale accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale sollevate, avrebbe determinato l’assorbimento delle vicende ingiuriose nella sfera civilistica e “privata” dei contendenti. Con l’effetto, non trascurabile, di impedire al comandante di corpo di chiedere il procedimento penale, a tutela di una vittima dell’ingiuria, inserita in un ambiente caratterizzato da rapporti di natura gerarchica. Il comandante potrebbe essere privato anche dell’opportunità di venire a conoscenza dei fatti accaduti: presupposto per avviare, almeno, l’azione disciplinare.

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