NAZIONALE AZZURRA DI VOLLEY

Sette anni di schiacciate e vittorie

Giuseppe Pastore racconta la «Generazione dei fenomeni» guidata da Julio Velasco, allenatore-filosofo

di Maria Luisa Colledani

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Giuseppe Pastore racconta la «Generazione dei fenomeni» guidata da Julio Velasco, allenatore-filosofo


4' di lettura

Born to run, born to dream. La Nazionale azzurra di volley, che negli anni 90 del secolo passato ha guardato il mondo dall’alto in basso, ha sognato così forte da diventare un Dreaming team. Sognare a colori per murare la paura, schiaffeggiare a terra tutti i palloni in transito e palleggiare decine di trofei, perlopiù d’oro. La definizione è di Julio Velasco, l’istrionico allenatore di quei ragazzi: aveva la presunzione di essere più stellare del Dream team di Michael Jordan. Quei sette anni di rabbia e vittorie sono raccontati da Giuseppe Pastore, pugliese, 35enne, giornalista della «Gazzetta dello Sport», nel libro La squadra che sogna. Storia dell’Italia di Julio Velasco, la Nazionale di pallavolo più forte di sempre.

Il totem Velasco

Velasco, argentino di La Plata, insegna ortografia e lettura veloce in un istituto dove trovano riparo gli oppositori del regime, studia da filosofo e per le sue idee maoiste diventa un ricercato, tanto che portano via il fratello Luis ma forse cercavano proprio lui. Gioca a volley e anche allena: «L’unica cosa buona della dittatura è che mi ha reso un allenatore di volley». Vince e lo notano. Nel 1983, a 31 anni, lo chiamano a Jesi: «L’Argentina è come la mamma, che non si deve mai giudicare; l’Italia è la bella ragazza di cui mi sono innamorato e con la quale voglio vivere in futuro». Quell’amore ha risvegliato una pallavolo intorpidita e l’ha portata sul tetto del mondo. Velasco ha preso atleti e li ha fatti diventare una rock band planetaria. Era uno sport marginale, è diventata un’overdose di popolo: tre Mondiali consecutivi (1990, 1994 e 1998, sotto la guida di Bebeto) non li ha mai vinti nessuna Nazionale azzurra.

Zorzi è D’Artagnan, Tofoli un metronomo, Lucchetta un muro eterno, Gardini il cemento del gruppo, Bernardi il «miglior giocatore di volley del XX secolo»: sta nascendo la Generazione di fenomeni, la «squadra del secolo», come da dicitura della federazione internazionale.

La cavalcata sotto rete

Tutto inizia in Svezia agli Europei del 1989. Velasco mette subito in chiaro il suo credo: «Voi italiani siete i migliori del mondo per ciò che riguarda mangiare, bere e vivere bene. O almeno credete di esserlo. Ma tra queste righe gialle qui, quelle che racchiudono i 18 metri del campo, le beccate sempre dai sovietici, dai bulgari, dai polacchi. Il vostro primo nemico siete voi, da adesso si gioca per vincere». La Bella Cenerentola Italia si risveglia, mostra i suoi occhi di tigre. E nulla sarà più come prima. Arriva il Mondiale del 1990 in Brasile contro i mostri sacri di Cuba e le pagine di Pastore sono tie-break cardiopatici all’ultima schiacciata, le righe come set che si alternano in un vortice folle e felice, con lo sport che si fa musica e cinema, dal Divo a Braveheart, da Tempi moderni fino ad Aprile. Velasco si alza dalla panchina, chiama il time-out, arringa i suoi come Cicerone, tira fuori da ognuno qualcosa da predestinati: «Facciamo un mestiere particolare, difficile, perché a noi non basta fare le cose bene: noi dobbiamo farle meglio degli altri».

L’ossessione del particolare, la fede cieca nel dettaglio fanno la rivoluzione. C’è qualcosa del “tremendismo” di Conte nelle parole di Velasco, c’è la follia visionaria di Herrera, di Sacchi o di Guardiola: «Restare immutato non è un valore, è solo paura di perdere la propria identità. Io mi lascio cambiare. Non sono né Marx, né Gandhi. Posso dire che si vince attaccando veloce e, dopo una settimana, attaccando alto. Rivendico la libertà di contraddirmi». Di mettere all’angolo certi giocatori e di costruire uomini veri, prima che atleti. Sentite Andrea Lucky Lucchetta, il capitano con il Mondiale appena conquistato: «Tutto quello che avevi creato, per cui ti sei sacrificato, per cui avevi lottato e ti eri sacrificato, di colpo non c’è più. È una tristezza infinita».

Ossessione olimpica

Dopo la vittoria al Maracanãzinho, l’Italia diventa un bunker e, in quegli anni, segnati da Mani pulite e dalle stragi mafiose, il volley diventa un’oasi per il Paese. La squadra è illuminata ma perde il primo slot olimpico. A Barcellona 92 è solo quinta e Velasco è schietto: «Chi vince festeggia, chi perde spiega».

Poi verranno il Mondiale 94, tre World League e due Europei, ma resta l’ossessione olimpica. Per Atlanta 1996 il ct rimescola le carte, Zorzi è il leader spirituale, Gardini il capitano per sempre, Bernardi gioca con gli antidolorifici. La finale contro l’Olanda è una scalata all’Olimpo sportivo. Le righe cantano e il cuore rallenta. Tutto in pochi flash, fra vertigine e sogno ma la schiacciata impossibile di Giani finisce sull’asticella di banda: 17-15 al quinto set. Olanda campione, con Velasco che lascia la Nazionale poco dopo. Il più crudo dei risvegli ma Pastore ricorda, con Karl Kraus, che a quell’Italia «per essere perfetta mancava solo un difetto», la sconfitta nella notte della vita. Come una bellezza imperfetta e così terribilmente umana. Ma il più filosofo di tutti resta sempre Velasco: «Quien me quita to bailado». Nessuno ci toglierà mai i balli che abbiamo ballato, le notti che abbiamo sognato, i baci che abbiamo baciato.

La squadra che sogna, Giuseppe Pastore, 66th and 2nd, Roma, pagg. 204, € 17

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