poesia

Sette giorni di una vita

E’ quasi il secondo capitolo di un’autobiografia “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli

di Niccolò Nisivoccia

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E’ quasi il secondo capitolo di un’autobiografia “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli


4' di lettura

Ha ragione, Angelo Ferracuti, quando dice che nella prosa di Daniele Mencarelli risuonano i versi di Saba, di Penna, di Bellezza. Del resto Mencarelli è stato poeta prima di diventare narratore: ha pubblicato per circa vent'anni raccolte di poesie – fra le quali ad esempio la bellissima “Bambino Gesù”, che trasfigurava liricamente la sua esperienza da operaio all'interno di un ospedale pediatrico (il Bambino Gesù di Roma, appunto) – prima di scrivere “La casa degli sguardi” e, ora, da pochissimo, “Tutto chiede salvezza” (Mondadori, 193 pp., € 19).

Il secondo capitolo di un’autobiografia

Anche come narratore, come nel caso di quella raccolta, Mencarelli trasfigura in letteratura esperienze personali, che qui sono la sua vita tout court. “Tutto chiede salvezza” rappresenta in effetti una specie di autobiografia, o meglio il secondo capitolo di un'autobiografia, il cui primo capitolo era rappresentato proprio dalla “Casa degli sguardi” – salvo il fatto che l'ordine cronologico ne risulta invertito, perché in realtà i fatti di cui parla questo secondo capitolo precedono quelli raccontati dal primo e ne costituiscono quasi un antefatto. “La casa degli sguardi” raccontava l'inferno che Mencarelli aveva attraversato prima di una resurrezione, di un riemergere alla luce: il vuoto, la solitudine, la dipendenza dall'alcool. “Tutto chiede salvezza” è più circoscritto, è il racconto di soli sette giorni, quanto era durato un TSO, un trattamento sanitario obbligatorio, nell'estate del 1994: il vuoto e la dipendenza erano ancora da venire, e tuttavia erano già poco meno di un destino. Ma ecco, al fondo Mencarelli rimane un poeta, perché poetica è la sua postura, la sua capacità di rivelare la verità delle cose in un lampo, in una scheggia.

Grazia del suo sguardo

Poetica è la grazia del suo sguardo; ed è una grazia disperata, che giustifica ancora di più l'allusione a Penna o a Bellezza. Certe frasi, spesso dialettali, potrebbero essere versi, o frammenti; eppure tutto si tiene, perché a Mencarelli non manca un respiro più lungo, come talvolta manca ai poeti quando scrivono da narratori. No: “Tutto chiede salvezza” ha il fiato di un romanzo vero e proprio.
Chi chiede salvezza, allora, e perché? È Mencarelli stesso a chiederla: “salvezza” è la parola che – in un ossimoro, in un cortocircuito mentale prima ancora che verbale – racchiude la sua dannazione. Salvezza per lui, per suo padre, per sua madre. Salvezza per tutte le persone a cui vuole bene e per tutte quelle che neppure conosce ma che soffrono, il cui dolore Mencarelli sente su di sé, nella carne, nel corpo, come se fosse suo. È il mondo intero a generare dolore, è la vita nel suo darsi, nel suo trasformarsi, è il niente che tutto diventa, presto o tardi; è il tempo, nel suo trascorrere incessante, nel suo non lasciare scampo. Ed è l'insensatezza che da tutto ciò può derivare. Come accettare la morte di chi ami? Come sopportare che questo momento di pace, questo refolo di vento svaniscano? Come giustificare che il dolore possa toccare anche i bambini, nati per la gioia? Come conciliare l'uno, il dolore, con l'altra, la gioia? Come resistere a tutto il male che il tempo può scaraventarci addosso, o anche solo al fatto che il male possa accadere? Mencarelli non vi resiste, il dolore e la mancanza di senso lo sovrastano: ed è questa la sua dannazione, da quando era piccolo.

Daniele Mencarelli

Una sera di giugno del 1994 il dolore esplode in un accesso di rabbia e Mencarelli, che ha vent'anni, viene ricoverato nel reparto psichiatrico di un ospedale. Siamo nei dintorni di Roma. Albano, Velletri. Fuori l'estate è caldissima, stanno per cominciare i mondiali di calcio negli Stati Uniti. Nella stessa stanza di Mencarelli sono ricoverate, come lui in TSO, altre cinque persone. Il libro è tutto nel racconto dei sette giorni trascorsi fra questa stanza e quella dove si svolgono i colloqui con i dottori, o nel corridoio di pochi metri su cui le due stanze si affacciano, e dell'umanità che vi è contenuta e che vi transita, inclusi gli infermieri. Sette giorni di una vita, e cinque destini che per un tratto, breve ma decisivo, si incrociano e si riconoscono. “Forse”, scrive Mencarelli, “questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro, malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d'incontrare”.

Dolore

Molto dolore è contenuto nelle vite di queste persone, e molto dolore attenderà ancora Mencarelli, una volta finiti i giorni del ricovero. Ma forse dentro questo stesso dolore è contenuta, in un ossimoro rovesciato, anche una salvezza, e forse è questo che Mencarelli vuole dirci, infine: la bellezza è sparsa ovunque, come l'amore. Va presa, vissuta, coltivata – per quanto possibile, per quanto ci è dato. Ognuno vive come può, come riesce; e come può, come riesce, ognuno cerca di salvarsi.

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