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Settore della cultura in crescita: nel 2016 generati 90 miliardi di euro

di Antonello Cherchi


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3' di lettura

Il comparto culturale e creativo non conosce battute d’arresto: l’anno scorso ha chiuso con il segno più, producendo l’1,8% di valore aggiunto rispetto al 2015, al quale ha corrisposto un 1,5% di crescita dell’occupazione. Tradotto in valori assoluti, nel 2016 la cultura ha generato 89,9 miliardi di euro, che, considerando l’indotto, hanno messo in moto 250 miliardi, equivalenti al 16,7% del valore aggiunto nazionale. Numeri che hanno dato lavoro a 1,5 milioni di persone. La fotografia è contenuta nel settimo rapporto della Fondazione Symbola, presentato a Roma presso il ministero dei Beni culturali.

I confini del settore
Il settore culturale e creativo preso in considerazione dal rapporto va inteso in senso lato. Si tratta - come ha spiegato Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, illustrando la ricerca - di 5 macro-settori: quello delle industrie creative (architettura, comunicazione e design), delle industrie culturali propriamente dette (cinema, editoria, videogiochi, musica, software e stampa), del patrimonio storico-artistico (musei, archivi, biblioteche, monumenti, siti archeologici) e delle performing arts e arti visive.

Driver di sviluppo
C’è, poi, il settore delle imprese creative-driven, ovvero aziende che non sono direttamente riconducibili al settore, ma impiegano in maniera stabile professioni culturali e creative, come la manifattura evoluta e l’artigianato artistico. «Più che di settori - ha sottolineato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria - parlerei proprio di driver di sviluppo, perché la cultura, come il digitale, è trasversale. La cultura è fondamentale per l’economia, è un punto di caduta da cui ricominciare la stagione di un nuovo Rinascimento».

Generatori di valore
Questo insieme di attività è affidato a quasi 414mila imprese, le quali incidono per il 6,8% sul totale delle attività economiche del Paese. Le industrie culturali fanno da battistrada, con 33 miliardi di euro di valore aggiunto prodotti e l’impiego di 492mila persone, seguite dalle industrie creative (12,9 miliardi di ricchezza e 253mila addetti), dalle performing arts e arti visive (7,2 miliardi e 129mila posti di lavoro), dalla conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico (3 miliardi e 53mila occupati). Significativi anche i risultati del quinto macro-settore, quello delle imprese crative-driven, con 33,5 miliardi di valore aggiunto e 568mila impiegati.

Il primato di Roma
Se si considera il quadro territoriale, la provincia di Roma è, con il 10%, al primo posto per quota di valore aggiunto prodotto dal sistema culturale. Seguono Milano, con il 9,9% e Torino, con l’8,6 per cento.

L’inversione di rotta
La cultura è sempre di più fattore di sviluppo. «Con l’attuale legislatura - ha commentato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini - c’è stata un’inversione di tendenza in tal senso. Siamo all’inizio. Ora bisogna governare la crescita internazionale del Paese nel settore turistico; continuare a trovare risorse pubbliche e private anche utilizzando l’art bonus, che sta funzionando; far crescere la consapevolezza sulla centralità degli investimenti nell’industria culturale e creativa».

La chiave dello sviluppo
Ottica condivisa da Ermete Realacci, presidente di Symbola («la cultura è l’infrastruttura complessiva del Paese. La chiave del nostro sviluppo è l’investimento sull’intelligenza umana) e da Ivan Lo Bello, presidente di Unioncamere («la cultura è una ricchezza straordinaria da tutelare e conservare ma anche un asset di sviluppo e l’equlibrio tra pubblico e privato è un elemento significativo per la crescita del Paese»).

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