analisiL’ANALISI

Sfida legale alla bolla «criminale»

di Alessandro Plateroti

(Fotolia)

3' di lettura

Per chi studia le dinamiche dei mercati, non c’è niente di più controverso delle bolle speculative. Il loro spettro si manifesta da almeno 400 anni, ma per quanto se ne discuta, esorcizzarle resta una missione impossibile. Che si tratti di tulipani o criptovalute, poco cambia: far esplodere una bolla è più facile che prevenirla. Ma come dimostra il caso dei Bitcoin, non risolve il problema.

Il caso dei bitcoin, la criptovaluta più controversa, elusiva e diffusa della nascente economia digitale, va infatti ben oltre i canoni tradizionali con cui si valutano e si affrontano i fenomeni speculativi. Se da un lato si è generata sul mercato un’esuberanza decisamente eccessiva sulle prospettive di guadagno e di ricchezza di un investimento in bitcoin, dall’altro lato è difficile negare che dietro l’esplosione del prezzo e dell’interesse ci sia molto di più della consueta «irrazionalità» che alimenta di illusioni e di denaro le tradizionali bolle speculative. La speculazione, in questo senso, diventa quasi il problema minore: il rischio sistemico non sono le incognite create dal matrimonio tra finanza e tecnologia, ma i rischi creati dall’unione tra tecnologia e criminalità digitale. Se i bitcoin fanno paura, è solo per il ritardo con cui i governi e le autorità di vigilanza stanno affrontando in modo coerente e condiviso le sfide poste dalla trasformazione digitale della società e dei mercati finanziari. Fermare la Borsa serve a poco se non si combatte allo stesso tempo l’abuso criminale dell’innovazione tecnologica. Se in Italia si è deciso di regolare i bitcoin attraverso il percorso dell’antiriciclaggio è proprio per questa ragione: portare allo scoperto i criminali senza frenare l’uso legale della tecnologia e dell’innovazione. Attendere le regole globali non è più un’opzione.

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Nonostante l’enorme popolarità conquistata per il suo incredbile apprezzamento, ancora oggi il 99% degli investitori o potenziali investitori ignora del tutto i processi che ne regolano il funzionamento. Ma è anche vero che per investire in borsa sulle biotecnologie non serve una laurea in chimica o un dottorato in biologia: i mercati, per loro natura, sanno bene quando investire sul futuro, anche rischiando di puntare le scommesse sul cavallo sbagliato. Non è un caso, in questo senso, se gli ostacoli posti dai governi e dalle autorità di vigilanza alla corsa dei bitcoin non abbiano prodotto di fatto alcun risultato concreto: in poco più di un anno, a fianco dei bitcoin sono spuntate almeno un centinaio di nuove criptovalute. Nel caso dei bitcoin, il cui valore è cresciuto in modo esponenziale da un anno all’altro fino a raggiungere i 20mila dollari (ora è intorno ai 12mila), fermare gli investimenti speculativi sulla base dell’ignoranza tecnologica diffusa sui mercati è dunque non solo inutile, ma anche pericoloso. Lascia indisturabata solo la criminalità.

Le sfide sono dunque due: regolare la tecnologia senza strangolare l’innovazione, vigilare sulle transazioni per bloccare la criminalità. A questo proposito, è innegabile che la fortuna dei criminali del web sia stata proprio l’immunità dei bitcoin dalle normative antiriciclaggio. Agli hacker poco importa se la Sec blocca i future sui bitcoin o la Cina mette i sigilli alle piattaforme di scambio: quello che i criminali temono sono i controlli sul percorso del denaro, l’identificazione degli investitori, la vigilanza delle frontiere tra economia reale ed economia digitale. L’Italia, introducendo per prima la nuova legislazione sulle criptovalute ha fatto non solo un passo avanti in questa direzione, ma ha dato certezza a un mercato di investitori che operano nella legalità.

Il prossimo passo riguarda non solo l’Europa, che quest’anno dovrà approvare la quinta direttiva sull’antiriciclaggio, ma anche la comunità internazionale: le valute digitali hanno bisogno di certezze, come ogni industria che muove i primi passi.

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