Cinema

Shakespeare sul drone

di Cristina Battocletti

Lina El Arabi è Ayusha in «Eye on Juliet»

3' di lettura

Tre anni fa alla Mostra del cinema di Venezia era stata ospitata in concorso una pellicola, Good Kill di Andrew Niccol, coraggiosa nell’affrontare la questione dell’uso dei droni in guerra. Il film ragionava sullo squilibrio evidente tra chi preme un pulsante lanciando, a migliaia di chilometri di distanza, un missile e l’obiettivo colpito. Purtroppo il film poi declinava rovinosamente in una deriva topgunesca mescolando il tema etico a una vicenda amorosa e a un rovello interiore melodrammatico alla Via col vento.

Alle Giornate degli autori il 30 settembre il canadese Kim Nguyen riporta in primo piano il tema con Eye on Juliet, una storia d’amore dall’evidente richiamo scespiriano. Gordon (Joe Cole) lavora come addetto alla sicurezza di una società petrolifera americana. Rinchiuso dentro un container nel cuore degli Stati Uniti vigila sull’integrità di un oleodotto nel Nord Africa attraverso una telecamera montata sul un robottino in grado di muoversi e parlare in arabo, traducendo in tempo reale le parole di chi lo guida. Quando vede qualcuno rubare dalla pipeline spra dei piccoli proiettili, forse non mortali, certamente dissuasivi. Per caso, nel suo campo visivo appare, Ayusha (Lina El Arabi), sola nel deserto e Gordon indugia a guardarla attraverso la telecamera, attratto dal suo viso intenso e molto simile alla fidanzata che lo ha da poco lasciato. la sorprende mentre parla di nascosto con il fidanzato Kaarim (Fayçal Zeglat): il padre sta per darla in sposa a un uomo molto più grande di lei e decidono di fuggire a bordo di una delle carrette del mare. Bisogna solo trovare i soldi e Kaarim è pronto a rischiare la vita pur di salvare il loro amore. Gordon, che ha ascoltato tutto attraverso il suo occhio elettronico, vorrebbe aiutarli ma migliai di chilometri di distanza lo divide dalla coppia di amanti.

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Come nel precente, pontetissimo Rebelle (2012), che racconta la storia di una bambina soldato congolese, Nguyen con Eye on Juliet non rinuncia a fare un’analisi geopolitica, ma sempre raccontando la Storia grande attraverso il foro di una piccola storia. Allora avrebbe potuto prendere di petto la violenza efferata dei conflitti africani e i sotterranei ieteressi occidentali, oggi l’invasività dei mezzi di controllo a distanza, la privacy calpestata di invididui non consapevoli dei propri diritti, la nuova colonizzazione del Terzo Mondo attraverso losfruttamento dei colossi petroliferi e invece preferisce laciare da parte la morale e la ripartizione tra buoni e cattivi. Riesce a rendere credibile la spinta umanitaria di Gordon senza stridere con il suo lato scorretto, voyeurista e consumista, spia di una certa povertà morale occidentale dove i sentimenti sono corrosi dai social network. Fa di Ayusha una donna orgogliosa e fiera, piena di dolore, orgoglio e rabbia, come lo sono tanti ragazzi delle periferie del mondo consci di non potere avere gli stessi diritti dei loro coetanei, nati in un mondo libero. Nguyen è bravo a guidare i suoi attori come aveva fatto per Rachel Mwanza, che aveva vinto l’Orso d’argento come migliore interprete alla Berlinale del 2012 per Rebelle.

È bella anche la fotografia, non solo quando si abbandona ai campi lunghi del Magheb con le terre rosse e i villaggi ocra, ma anche quando spia dalla telecamera e rende le immagini digitali fantasiose come i soggetti di u quadro astratto e perfino quando restituisce i non-luoghi della vigilanza.

Il centro rimane il ragnetto meccanico su cui è montato l’occhio vigile della telecamera, che, come gli altri protagonisti è bene e male. Spia e colpisce gente inerme, ma allo stesso modo riesce a guidare alla salvezza un vecchietto cieco, contrario alla tecnologia, perso nel deserto. Il drone mano mano diventa sempre meno importante per lasciare spazio ai sentimenti da cui gemmano storie diverse. E forse è quello che spiazza di più. Pensare di avere a che fare con un film in qualche modo “politico” per passare a una storia d’amore.

Si è spiazzati nel veder trasformato il drone in un folletto che si intrufola nel villaggio per rassicurarsi della salute della bella araba o farsi strumento di un vaticinio: l’amore vero si capisce dal profumo della nuca di una donna. Eppure basta abbandonarsi e ricordarsi il titolo del film; che Shakespeare oggi si sarebbe trasferito a scrivere i suoi drammi in quelle terre, attraversate dalla fame e dall’imigrazione. E allora anche il drone diventa una specie di Puck in chiave metallica e Romeo e Giulietta avere tante vite e tante stagioni.

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