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Shale oil, è l’ora dei colossi: Exxon e Chevron vogliono triplicare la produzione a Permian

di Sissi Bellomo


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(nmann77 - Fotolia)

3' di lettura

Anche nello shale oil, è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare. Mentre i frackers della prima ora cominciano a perdere il favore di Wall Street, le due maggiori compagnie petrolifere degli Stati Uniti – ExxonMobil e Chevron – si fanno avanti con la promessa di triplicare in cinque anni le estrazioni nel bacino di Permian.

Sul mercato arriverebbero almeno 1,2 milioni di barili al giorno in più : volumi paragonabili all’attuale produzione del Venezuela ed equivalenti ai tagli produttivi appena effettuati dall’Opec insieme alla Russia.

Le due Majors hanno annunciato quasi in contemporanea i nuovi obiettivi per la regina della «shale play», dove hanno iniziato a investire più tardi di altri, ma in modo decisamente aggressivo: un sincronismo perfetto, tanto da sollevare il dubbio di un’azione concordata (chissà, magari anche con la Casa Bianca, ansiosa di propagandare il petrolio a stelle e strisce).

Chevron ha alzato del 40% il target di produzione a Permian, facendo sapere che raggiungerà 900mila bg entro il 2023, dai 377mila bg di fine 2018.

Poco dopo è arrivato il rilancio di Exxon: nella stessa area il suo obiettivo è arrivare a un milione di bg nel 2024, in aumento di quasi l’80% rispetto ai livelli attuali (in precedenza la compagnia prevedeva di arrivare nello stesso tempo a 600mila bg).

Grazie allo shale gli Stati Uniti sono tornati ad imporsi come una potenza energetica di primo piano, capace di competere con i maggiori fornitori di petrolio e di gas, Arabia Saudita e Russia compresi. Washington oggi è prima al mondo per produzione di greggio, con 12 milioni di barili al giorno, un record storico. E le estrazioni continuano a crescere a ritmo sostenuto, in gran parte proprio grazie all’attività dei frackers.

Non tutto però fila liscio come un tempo. Le capacità di crescita vantate dagli operatori dello shale oil vengono sempre più spesso messe in dubbio. E gli investitori, dopo anni di pazienza, stanno diventando insofferenti verso un settore che continua a dimostrarsi incapace di generare profitti.

L’anno scorso i cordoni della borsa hanno iniziato a chiudersi: gli operatori dello shale (categoria in cui non si fanno ricadere le Major diversificate, come Exxon e Chevron) hanno raccolto appena 22 miliardi di dollari sul mercato dei capitali, il minimo dal 2007, quando il fracking era solo agli albori. L’emissione di azioni e bond ha fruttato meno della metà rispetto al 2016 e un terzo rispetto al 2012.

Criticità che un tempo facevano discutere solo gli esperti , oggi sono improvvisamente balzate agli occhi degli investitori. Gli analisti finanziari sollecitano le società dello shale a dare risposte su temi di geologia, come il rischio di danni ai giacimenti legato allo sfruttamento troppo intenso e con pozzi troppo ravvicinati, mentre la stampa americana punta il dito contro le previsioni – troppo spesso gonfiate – sulle potenzialità di crescita della produzione: un fuoco di fila che sta penalizzando in Borsa i titoli dello shale, con perdite spesso a doppia cifra percentuale.

Exxon e Chevron hanno le spalle larghe, dal punto di vista finanziario. Inoltre vantano tecnologie di ultimo grido ed economie di scala fuori dalla portata degli operatori più piccoli. La sfida potrebbe comunque avere esiti incerti. Ma senz’altro si è alzata di livello.

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