mercati emergenti

Shanghai fa centro al quarto tentativo ed entra nell’Msci Emerging Markets

di Maximilian Cellino

(Bloomberg)

3' di lettura

Il quarto tentativo è evidentemente quello buono. Dopo tre bocciature consecutive subite negli ultimi anni le azioni di categoria A quotate a Shanghai entrano finalmente a far parte dell’indice Msci Emerging Markets. Non è però proprio quella rivoluzione che si poteva pensare qualche tempo fa, quando la sola ipotesi dell’inclusione delle cosiddette A-Shares nel principale benchmark dei paesi emergenti aveva dato un contribuito alla creazione della bolla (poi sgonfiata).

Un afflusso probabile fra i 5 e i 15 miliardi di dollari
Per dare il via libera Msci ha infatti stretto le maglie del setaccio, permettendo così il passaggio ad appena 222 società delle 448 originariamente previste, con il risultato che Shanghai peserà soltanto per lo 0,73% nella composizione del nuovo indice. «L’ingresso della Cina continentale è in gran parte simbolico - conferma Nick Yeo, Head of Chinese and Hong Kong Equities di Aberdeen Asset Management - ed è probabile che porti flussi tra i 5 e i 15 miliardi di dollari nel mercato A-shares attraverso i fondi passivi che replicano l’indice Msci Emerging Markets, il che non è nulla se si considera che la capitalizzazione del mercato in questione ammonta a 7.000 miliardi di dollari».

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Anche volendo includere i gestori più attivi il discorso potrebbe non cambiare più di tanto. «In base ai dati in nostro possesso - rileva Detlef Glow, Head of Emea Research di Thomson Reuters Lipper - i fondi che investono sui mercati emergenti gestiscono a livello globale attività per complessivi 835 miliardi di dollari, se anche decidessero di allocare il 5% del portafoglio nelle A-Shares ci sarebbe da attendersi flussi per 41,8 miliardi, che avrebbero comunque un impatto limitato considerate le dimensioni del mercato».

UN PICCOLO PASSO PER UN GIGANTE

La possibile composizione dell'Indice Msci Emerging Markets se Shanghai sarà inclusa. Dati in % al 27 marzo 2017. (Fonte: AllianceBernstein su dati Msci)

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Che l’attesa non sia stata frenetica fino a questo momento (e a differenza del 2015) lo dimostra del resto pure l’andamento dello stesso indice Shanghai Composite, che da inizio anno ha guadagnato in dollari un 2,89% ben più magro del 16,79% di Hong Kong (già compreso nell’indice Msci Em, dove pesa il 28%) e del 17,47% dello stesso Msci Emerging Markets: non proprio le cifre dettate dall’euforia.

Le regole per investire a Shanghai e Shenzhen
Comunque la si veda, l’inclusione rappresenta un passaggio fondamentale: tecnicamente per investire in azioni classe A cinesi sono stati introdotti nel 2002 il Qualified Foreign Institutional Investor (QFII) e e nel 2011 il RMB Qualified Foreign Institutional Investor (RQFII), sistemi che permettono l’accesso diretto al mercato cinese a certe condizioni quali requisiti di licenza, quote e limiti di rimborso. Dal 2014 e dallo scorso dicembre esistono accordi validi per le piazze di Shanghai e Shenzhen che partecipano allo Stock Connect, programma che collega le due borse a quella di Hong Kong permettendo di accedere alle A-shares con minori restrizioni. La proposta Msci ha riguardato proprio queste ultime, diminuendo l’universo al momento contemplabile, ma rendendo possibile la svolta.

Una strada ancora lunga
«Ipotizzando un passaggio completo dei titoli classe A verso lo Stock Connect, e considerando anche Hong Kong, il peso della Cina nell’indice potrebbe arrivare a sfiorare il 40%, di conseguenza il Dragone salirebbe dal sesto al quarto posto nell’Msci All Country World Index con un 4%, dietro a Usa, Giappone e Regno Unito ma davanti a Francia, Canada e Germania», sottolinea John Lin, gestore di AllianceBernstein. Per arrivare a questo risultato servirà però tempo, e soprattutto una buona dose di volontà per rimuovere quegli ostacoli che finora hanno impedito la completa apertura all’esterno di mercati cinesi.

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