L’intervista

Sharon Stone, due vite per una diva

L’attrice 63enne ha ricevuto il premio alla carriera, il Golden Icon Award, al Zurigo Film Festival

di Cristiana Allievi

Courtesy of Fawaz Gruosi

4' di lettura

«All'inizio della mia carriera avevo un unico sogno, essere abbastanza brava da lavorare con Robert De Niro. Ma non avrei mai immaginato di arrivare ad essere diretta da Martin Scorsese».

Sharon Stone ha 63 anni ed è bellissima nel tailleur di lamé argentato che indossa. Lo ha scelto per ricevere un riconoscimento alla carriera, il Golden Icon Award consegnatole al Zurigo Film Festival.

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È un momento in cui tirare le fila della propria vita, non solo quella solo professionale. Attrice, produttrice, attivista per i diritti umani, madre di tre figli, riesce a incollare alla sedia l'ascoltatore quando si racconta. Lo scorso marzo ha scritto “Il bello di vivere due volte”, in cui ha svelato molto di sé, incluso il percorso di recupero dopo il grave ictus cerebrale che vent'anni fa le ha distrutto carriera, famiglia e patrimonio finanziario. Ed è già al lavoro sul secondo libro, il cui soggetto è ancora top secret. Commessa part time da McDonald, poi modella dell'agenzia Ford, finché Woody Allen non l'ha messa a sorridere su un treno (in Stardust Memory) è stata accolta con tutto il cerimoniale che spetta a una delle ultime dive in circolazione da un pubblico in visibilio.

È vero che deve ad Arnold Schwarzenegger il suo successo più clamoroso, Basic Instinct?

«È stato lui a volermi come partner in Atto di forza di Paul Verhoeven, il regista che avrebbe poi diretto il film che cambiato radicalmente la mia vita. Perché la Lori di Atto di forza ha cambiato la mia vita per un periodo, poi è tornata alla normalità. Mentre dopo la Catherine Tramell di Basic Instinct niente è stato più come prima. Non ho più potuto fare una passeggiata, andare al supermercato o al cinema. All'improvviso mi sono sentita prigioniera, non sapevo come vivere».

La situazione più folle in cui si è trovata?

«Al festival di Cannes. Sono andata sul tappeto rosso e i fans che avevano il film di mattina urlavano come matti. Finita la proiezione con il pubblico sono uscita, ed è scoppiato un pandemonio. La mattina dopo mi sono messa il bikini e un pareo e sono scesa in piscina. Quando sono tornata avevano svaligiato la mia stanza: i vestiti, le lenti a contatto, la macchina fotografica, la biancheria intima, lo spazzolino da denti, avevano rubato tutto».

Lei cosa ha fatto?

«Mi hanno detto che dovevo subito lasciare l'hotel perché non avendo guardie del corpo non ero al sicuro. Hanno chiesto al personale di cucina e alle domestiche di aiutarmi a uscire. Hanno fatto una catena umana, mettendosi tutti intorno a me. Fuori urlavano, un tizio mi è corso incontro e mi ha ferito un piede, che sanguinava. Sono salita nel retro di un van, le persone mi sono salite sopra per proteggermi, i miei amici hanno iniziato a cantare Kumbaya my lord!».

È cresciuta in Pennsylvania, come le è venuto in mente di diventare attrice?

«Mia madre ha detto che sono uscita dal grembo materno facendo l’attrice (ride, ndr)».

C'erano i cinema, dove è cresciuta?

«Vivevamo in una città molto piccola, i nostri film erano spesso quelli in terza visione e la tv aveva tre canali. Ma il sabato mattina passavano tutti i buoni vecchi film in bianco e nero, era il mio momento».

È una vera diva, ma la descrivono come una persona dai modi semplici: per esempio dicono che va a parlare con gli chef delle cucine degli hotel.

«La scorsa settimana ero nel sud della Francia in un resort in cui soggiorno da 25 anni, ci facciamo sempre il gala dell’Amfar. Conosco tutto il personale perché lavorano tutti con noi all'evento, so tutto dello chef, del pasticcere, dei camerieri e dei parcheggiatori. Conosco loro molto più di quanto sappia vivere una vita lussuosa, perché la maggior parte della mia esistenza l'ho vissuta viaggiando per il cinema o per la ricerca sull’AIDS. Assistenti di volo, concierge, personale delle pulizie, parcheggiatori e chef sono le persone con cui sono più a stretto contatto».

I red carpet le piacciono ancora?

«Adesso molto di più, perché la gente non mi strappa i vestiti di dosso, non ne sente più il bisogno. Prima volevano un pezzo di te, una ciocca dei tuoi capelli, un lembo di vestito. Era come quando i Beatles erano famosi, poi sono arrivati i cellulari e i selfie ed è cambiato tutto, quella frenesia è sparita».

Cosa consiglierebbe a una giovane che vuole seguire le sue orme?

«Non do mai consigli su cosa si dovrebbe fare nella vita. Dico solo che tutto ciò che scegli sarà difficile, sarà una dura salita. E se avrai successo, dovrai dedicarti completamente a questo. La settima arte è una vocazione, non è un lavoro, devi sacrificarle tutta la tua vita. Ci saranno anni in cui non avrai nessun impiego, devi avere un senso abbastanza forte di te stessa per sopravvivere. Il mio più grande successo è stato riuscire a sopravvivere, non è scontato, in questo mondo».

Perché si batte tanto per i diritti LGBT?

«Semplicemente non penso che qualcuno dovrebbe essere trattato in modo diverso da chiunque altro. Prima di tutto, perché una persona gay deve entrare in una stanza e dire con chi va a letto o come scopa? Nessuno lo chiede a me, oh, come e con chi faccio l'amore, nè devo entrare in una stanza e spiegare come faccio sesso. E penso che chiedere a qualcuno di informare tutti su questi argomenti sia così violentemente inappropriato, in qualsiasi circostanza. Non sono affari di nessuno. Giudicare le persone in base alla loro sessualità, religione, colore della pelle o razza, è semplicemente troppo. È solo un altro modo di non amare, di non essere presenti».


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