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Shell come Bp: la svolta verde obbliga a tagliare i costi. E la Borsa non premia

Il titolo della compagnia anglo-olandese è crollato ai minimi da 25 anni, proprio come quello di Bp, altra Major in prima linea nella transizione energetica

di Sissi Bellomo

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Il titolo della compagnia anglo-olandese è crollato ai minimi da 25 anni, proprio come quello di Bp, altra Major in prima linea nella transizione energetica


2' di lettura

Royal Dutch Shell è andata a picco in Borsa dopo il profit warning lanciato contestualmente all’annuncio del taglio di 9mila posti di lavoro entro il 2022. Il titolo della compagnia anglo-olandese è sceso addirittura ai minimi da venticinque anni (940,2 pence a Londra): la stessa sorte che era toccata la settimana scorsa a Bp, punita dal mercato dopo aver delineato i piani di ristrutturazione necessari per la svolta verde della società.

Le due Major soffrono in gran parte per motivi analoghi: da un lato l’effetto Covid, che ha fatto crollare i consumi energetici, e dall’altro l’ambizione di riconvertire in fretta le proprie attività in vista della decarbonizzazione. Shell, Bp e altre compagnie europee (Eni compresa) puntano ad azzerare le emissioni nette, ridimensionando e razionalizzando il core business dei combustibili fossili.

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Il problema è che le fonti rinnovabili offrono ritorni più bassi rispetto a quelli tradizionalmente generati dall’Oil & Gas. E molte tecnologie verdi oggi non sono ancora in grado di generare profitti, anzi richiederebbero forti investimenti: si pensi ad esempio alla filiera dell’idrogeno.

L’imperativo di tagliare i costi ha convinto Shell a ridurre di circa il 10% il personale entro il 2022, con 7-9mila uscite (solo in parte volontarie) grazie alle quali otterrà risparmi strutturali tra 2 e 2,5 miliardi di dollari l’anno.

«Dobbiamo avere un’organizzazione più semplice, più snella, più competitiva», ha dichiarato il ceo Ben van Beurden. «In molti luoghi la compagnia aveva troppi strati, troppi livelli».

Shell userà la forbice anche su alcune aree di attività un tempo centrali, come la raffinazione di carburanti: conserverà non più di dieci impianti, dei 17 che possiede attualmente (quindici anni fa erano ben 55).

Gli idrocarburi non spariranno di scena, ma dovranno garantire margini abbastanza ricchi da finanziare la svolta verde. «Continueremo ad investire (sui fossili, Ndr) – conferma van Beurden – ma non sarà questione di quanti barili di petrolio o quanti piedi cubi di gas, bensì di quanto incrementano i profitti».

I benefici sul bilancio forse arriveranno, ma di certo non domani. Shell ha avvertito che i risultati del terzo trimestre, che saranno pubblicati il 29 ottobre, rischiano di non essere favorevoli. Ci saranno ulteriori svalutazioni per 1-1,5 miliardi di dollari (dopo i 16,8 miliardi di write down già annunciati). Inoltre sparirà il contributo favorevole delle attività di trading, grazie alle quali Shell nel secondo trimestre aveva evitato per un soffio di chiudere i conti in rosso: i profitti della divisione ora sono «significativamente ridotti» e inferiori alla media storica. La crisi dei consumi e il crollo dei margini di raffinazione pesano intanto sulle attività downstream. E Shell si attende margini ridotti anche nel settore del Gas naturale liquefatto, divenuto centrale nelle attività della compagnia dopo l’acquisto di Bg Group.

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