Immigrazione

Schengen, quello che l’Italia minaccia i Paesi Ue lo hanno già fatto 116 volte

di Patrizia Maciocchi


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3' di lettura

La minaccia dal ministro dell’Interno Matteo Salvini di sospendere unilateralmente il sistema Schengen, riprendendo i controlli alle frontiere è già stata messa in pratica molte volte anche in assenza di gravi motivi, e impunemente, dai Paesi dell’Unione europea. Decisamente più dirompente l’impatto dell’altra terapia d’urto che Salvini ipotizza, per smuovere un’Europa “latitante”: limitare l’identificazione dei migranti alle verifiche di polizia interna, senza trascrivere i nominativi nella banca dati Schengen. «La prima via è una possibilità comunque prevista dal diritto dell’Unione europea, come chiarisce Pasquale De Sena, ordinario di diritto internazionale all’Università Cattolica di Milano. «Il Regolamento Schengen (572/2006) che abolisce i controlli alle frontiere, in principio può essere sospeso - purché ricorrano le ragioni di “ordine pubblico” e “sicurezza interna” - per 30 o più giorni, in funzione della durata della minaccia e della sua estensione. Ad oggi la sospensione è già stata praticata ben 116 volte, per ragioni varie (difesa dal terrorismo, sicurezza per grandi eventi, ecc.), questioni migratorie comprese, come é accaduto, di recente per Germania e Austria. E non sembra ci siano stati, finora, giudizi della Corte sulla effettiva conformità di tali sospensioni. C’è però da dire che nel 2017 la Commissione, preoccupata per gli effetti di simili prassi, ha raccomandato agli Stati di limitarsi a sospendere solo in caso di minacce “serie ed identificate”. Il Governo dovrebbe quindi motivare, su queste basi, una sospensione. E questo attualmente non sembra agevole».

Le sospensioni di Schengen a oggi

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Diverse le conseguenze che potrebbe avere la seconda “iniziativa”, se dalle parole si dovesse passare ai fatti. «È bene dire - chiarisce De Sena - che la mancata trascrizione dei nomi degli immigrati nella banca dati é in grado incidere sul funzionamento del sistema “Schengen”, oltre che, naturalmente, su uno dei capisaldi del sistema “Dublino”: quello di rendere identificabili i migranti presenti in Italia come Paese di primo ingresso. La conseguenza sarebbe quella di spingere altri Stati europei a ripristinare misure di controllo alle frontiere, con tutto ciò che ne scaturirebbe anche per il sistema “Schengen”. Una forma di pressione non indifferente. Sul piano strettamente giuridico, una simile misura sarebbe senza dubbio in contrasto con alcuni regolamenti dell’Unione che hanno dato vita alla banca dati Eurodac (Regolamenti 2725/2000 e 603/2013 2013 - esponendo l’Italia, sinora in “regola” ad un rischio significativo di subire una procedura di infrazione».

La raccomandazione della Commissione

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Sulla scia del caso Sea Watch si ritaglia uno spazio di visibilità anche il Governatore del Friuli Venezia Giulia Massimilano Fedriga che, in linea con il numero uno del Viminale , apre alla possibilità di alzare un muro sul confine nord orientale, per fermare chi non rispetta le regole. Pasquale De Sena mette l’accento sugli aspetti giuridici, oltre che su quelli politici , di una simile scelta. «Al netto del significato simbolico di una simile decisione, erigere muri, per esempio alla frontiera italo-slovena, contrasterebbe naturalmente coi principi del sistema Schengen, che permette solo misure temporanee di sospensione, per fronteggiare situazioni di crisi, per ora semplicemente annunciate. Inoltre, la costruzione di muri, dando vita a barriere non-selettive all’immigrazione straniera, implicherebbe violazioni gravi dei diritti internazionalmente tutelati di coloro che avrebbero titolo ad entrare nel territorio dello Stato, in quanto rifugiati politici in senso stretto, o perché comunque soggetti a torture o trattamenti disumani e degradanti nei Paesi di provenienza».

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