leader e leadership

Shinzo Abe è il premier dei record e dei paradossi

È il capo di governo più longevo nella storia del Giappone. Nessuno ci avrebbe scommesso uno yen, eppure adesso incarna la narrativa secondo cui il Paese è un'isola di stabilità politica

di Stefano Carrer

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Shinzō Abe ha iniziato il suo mandato nel dicembre 2012. In precedenza aveva ricoperto la carica dal settembre 2006 al settembre dell'anno successivo

È il capo di governo più longevo nella storia del Giappone. Nessuno ci avrebbe scommesso uno yen, eppure adesso incarna la narrativa secondo cui il Paese è un'isola di stabilità politica


2' di lettura

Non ha (ancora) realizzato il sogno della sua vita – il più difficile: cambiare la Costituzione ultrapacifista delineata dagli americani durante l'occupazione postbellica –, ma è già riuscito a entrare nella storia come il più longevo primo ministro del Giappone dell'era moderna. Shinzō Abe, 65 anni, ha battuto lo scorso fine novembre il precedente record di 2.886 giorni del generale Taro Katsura (primo Novecento), dopo aver già battuto quelli di Eisaku Sato e Hirobumi Ito: tutti come lui provenienti dalla provincia di Yamaguchi, l'antica Choshu i cui samurai si ribellarono con successo allo shogunato nella seconda metà dell'Ottocento, restaurando formalmente il potere imperiale. Il rampollo di una vera dinastia politica (premier il nonno e il fratello del nonno, ministro degli Esteri il padre) potrebbe arrivare a superare i 3.500 giorni al vertice del potere, se completerà il suo mandato nel settembre 2021, oltre un anno dopo le Olimpiadi che ha fortemente voluto a Tokyo nel 2020 (a causa dell’emergenza coronavirus le Olimpiadi all’estate del 2021, ndr): candidatura vincente, ma non esente da sospetti di corruzione internazionale oltre che di assicurazioni formali assurde (come quella secondo cui il clima sarà ideale per gli atleti: lo sarà tanto che, per evitare il peggio, la maratona sarà spostata nel meno torrido Hokkaido).

Per evitare la “maledizione” post-olimpica sull'economia, il preveggente Abe ha già varato una manovra di stimoli pubblici che dovrebbe far sì che l'ultima parte del suo mandato non sia caratterizzata dalla recessione. La sua principale legacy, del resto, sta nel fortunato slogan dell’”Abenomics”: un insieme di strategie espansive, soprattutto sul piano della politica monetaria ultra-accomodante, accompagnate da flessibilità fiscale e – punto dolente – riforme sistemiche da molti considerate insufficienti almeno nella loro applicazione pratica. Miracolosi paradossi lo hanno accompagnato. Nessuno avrebbe scommesso uno yen sul suo ritorno in auge dopo la prima, breve e infelice, esperienza da premier nel 2007; eppure adesso incarna la narrativa secondo cui il Giappone è un'isola di stabilità politica, complice la crisi dell'opposizione. Ha inoltre goduto di alti consensi nei sondaggi a dispetto di alcune politiche impopolari, dalla ripresa del nucleare all'estensione all'estero del raggio di azione delle Forze di autodifesa, fino all'ultimo aumento dell'Iva o ai Free Trade Agreement fatti trangugiare alla lobby agricola.

Sopravvissuto a vari scandali che l’hanno sfiorato o toccato, ha ammansito con la “diplomazia del golf” l'imprevedibile Trump, ma neanche con un record di incontri bilaterali è riuscito a smuovere di un millimetro Putin sul contenzioso territoriale riguardante alcune isole. Stretto tra l'America First e l'inquietante “Sogno Cinese”, da buon conservatore-nazionalista vorrebbe come minimo costituzionalizzare il ruolo delle Forze armate. Ma per mutare la costituzione ci vogliono non solo due terzi delle Camere, ma un referendum confermativo. Un vero azzardo, in un’epoca in cui il voto popolare su un sì o un no appare peggio di un'ordalia medioevale.

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