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Shock energetico, autoproduzione e riduzione consumi: l’arma delle imprese

Impianti fotovoltaici o centrali a biomassa sono tra le soluzioni maggiormente perseguite con investimenti che, ai prezzi attuali, rientrano molto rapidamente. Ma i costi delle bollette di luce e gas restano elevati per le aziende di una regione in cui il metano copre il 54% del fabbisogno

di Giovanna Mancini

Area padana. L'area padana è uno dei serbatoi dell'energia dell'Italia. Nel sottosuolo delle regioni dell'Alta Italia e nel mare di fronte alle coste padane e venete ci sono i grandi giacimenti storici, ma ci sono anche 10 dei 13 stoccaggi di metano in Italia. La trasformazione da giacimento a stoccaggio non è semplice. Per esempio, l'impianto di Cornigliano Laudense vicino a Lodi (Ital Gas Torage, gruppo F2i), il più recente fra tutti, è stato dotato di sette nuovi pozzi di iniezione ed estrazione

5' di lettura

«Con questi prezzi del metano, nel giro di un paio d’anni, tre al massimo, riusciremo a recuperare l’investimento. Ma se anche le quotazioni dovessero scendere, come tutti speriamo, e i tempi di rientro allungarsi un po’, è comunque un intervento che vale la pena fare». Il progetto di rendere più efficiente il consumo energetico dell’azienda viene da lontano, spiega Daniele Cerliani, presidente della Cerliani di Pavia, che produce macchinari di precisione per l’industria tessile. «L’imprenditore deve essere un visionario, sognare l’evoluzione sia del mercato, sia dei rischi d’impresa e quindi anche quelli legati all’approvvigionamento di materie prime ed energia – racconta –. Certo, non potevamo immaginare che saremmo arrivati a una situazione come quella attuale, ma avevamo già cominciato a investire per ridurre dei costi che non hanno alcun valore aggiunto per il cliente e possono com promettere la nostra competitività».

Dodici anni fa l’azienda (che oggi ha un fatturato di circa 6 milioni di euro e un export superiore al 90%) ha iniziato il rifacimento di tutti i tetti e infissi, per contenere le dispersioni, e poi la costruzione di un impianto solare termico per riscaldare l’acqua. Due anni fa è partito infine il progetto per la realizzazione di un impianto fotovoltaico, grazie anche a un bando della Regione Lombardia. «Avrebbe dovuto avere una potenza di 520 kiloWatt ma poi, visto l’andamento dei costi dell’energia dell’ultimo anno, abbiamo deciso di arrivare a 770 kW – spiega Cerliani –. Dovrebbe essere pronto per la fine del 2023 e ci consentirà di ridurre gli acquisti di energia di oltre il 60%, dato che il nostro consumo medio è di 1 milione di kW l’anno». Pur non trattandosi di un’impresa energivora, l’azienda pavese ha visto infatti schizzare la propria bolletta elettrica da 15mila euro (media mensile del 2021) a 60mila euro (media mensile da luglio 2022 in poi), a cui si aggiunge quella per il riscaldamento, salita da 20mila a 100mila in un anno. Cerliani vede però il bicchiere mezzo pieno: «C’è un’attenzione nuova verso il risparmio energetico e della sostenibilità ambientale, che oggi si intreccia con il tema della sostenibilità economica e della competitività. In questo vedo un’opportunità».

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La questione competitività è fondamentale. Il problema per le imprese non è infatti soltanto ridurre la produzione, o addirittura fermarla per alcuni periodi, come sta già accadendo nei settori industriali più energivori. Le realtà più solide e strutturate possono infatti riassorbire questi stop per un certo periodo, sebbene non si tratti comunque di una situazione indolore. La preoccupazione maggiore è invece perdere quote di mercato internazionale a favore di competitor esteri (in genere extra-europei) che non sono altrettanto colpiti dalla crisi energetica. L’Italia è infatti un Paese particolarmente dipendente dal metano e la Lombardia lo è anche più della media, dato che l’incidenza del gas sui consumi finali arriva al 54%, contro il 40% nazionale.

«Non siamo più competitivi per alcuni mercati e questo è un problema che riguarda un po’ tutta l’Europa», osserva Giuseppe Cima, ceo di Paper Board Alliance, holding che raggruppa una delle cartiere più antiche d’Europa, Cartiera dell’Adda, e la lucchese Industria Cartaria Pieretti, attive in un comparto, quello appunto della produzione di carta e cartone, tra i più energivori della manifattura italiana. «Quest’anno il fatturato sarà al livello record di 150 milioni di euro, contro una media di 120 milioni degli ultimi anni – racconta l’imprenditore –. Ma i volumi sono in diminuzione. Non è solo un problema di costi produttivi, ma anche di mercato, che evidentemente non è più in grado di assorbire gli aumenti e da qualche parte, a valle della filiera, qualcosa si è bloccato, con inevitabili ripercussioni anche su di noi». Il gruppo ha dovuto fermare gli impianti per il 28% del tempo a settembre, per il 37% a ottobre e a novembre la previsione è di un fermo del 30% circa. Questo nonostante le aziende del gruppo investano da anni nella riduzione del consumo energetico. «Nel nostro settore, a livello europeo, abbiamo numeri molto buoni sul fronte consumi – spiega Cima –. Abbiamo un impianto di cogenerazione e una centrale a biomassa che in Adda ci fornisce circa il 25% dell’energia da fonti rinnovabili». Ma quella della carta è un’industria molto energivora e nonostante questi interventi, l’autoproduzione copre solo il 12% dei consumi totali. Gli investimenti continuano (è allo studio la realizzazione di una centrale a biomassa anche a Lucca), ma il problema, oggi, è forte. «Gli aumenti dei costi produttivi ci hanno fatto perdere quote sul mercato nordamericano – ammette il ceo – a favore di produttori che, in Turchia o in alcuni Paesi del Nord Africa, utilizzano il carbone. Noi esportiamo circa il 50% della produzione e il 10% fuori Europa, ma questa percentuale si è dimezzata nell’ultimo anno». Le soluzioni a breve non si vedono: «Dobbiamo far capire ai nostri clienti, in tutto il mondo, che gli attuali prezzi devono essere mantenuti, altrimenti i nostri margini si riducono troppo. Probabilmente faremo meno volumi, ma dobbiamo preservare i margini», conclude Cima.

Anche perché si fa un gran parlare di autoproduzione energetica e fonti rinnovabili, ma la realtà è un percorso a ostacoli tra burocrazia, permessi e tempi lunghi di realizzazione. Lo sa bene Eugenio Camera, titolare con il fratello Roberto di Nearchimica, azienda di Legnano specializzata in prodotti chimici per l’industria tessile. «Da sempre investiamo nella sostenibilità ambientale – racconta–. Ma poi, nel 2019, abbiamo avuto il sentore di un aumento dei prezzi e abbiamo deciso di avviare interventi strutturali per ridurre la dipendenza di energia». A luglio del 2020 entra così in funzione il primo impianto fotovoltaico, da 160kW, che consente all’azienda di produrre autonomamente il 35% circa del fabbisogno. Ora l’obiettivo è di arrivare al 50%, ma i tempi si sono allungati, a causa soprattutto della mancanza di materiali e di posatori, che si aggiungono agli ostacoli tradizionali. «Anche correndo, ci metteremo almeno sei mesi», dice Camera. Troppi, per far fronte a un’emergenza che ha già raggiunto picchi difficilmente sostenibili: la bolletta della luce è passata dai 4mila euro del settembre 2021 agli 11mila dello scorso settembre, per un totale di 180mila euro nel 2022, contro i 60mila euro del 2021, a cui vanno aggiunte le spese per il gas, salite dai 18mila euro circa del primo trimestre 2021 ai 38mila del primo trimestre scorso. «E ci è andata anche bene, rispetto a molti colleghi, proprio grazie agli investimenti fatti dal 2015 in avanti per ridurre i consumi e produrre energia in autonomia», aggiunge Camera: circa 300mila di euro in sette anni, che hanno permesso di risparmiare 50mila euro l’anno che, con i costi annuali, salgono ora a 70mila euro.

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