il braccio di ferro

Shutdown Usa: i perché e i costi, non solo economici, della paralisi causata da Trump

di Marco Valsania


Shutdown Usa fino dopo Natale, Trump non molla sul muro

4' di lettura

New York - Donald Trump è volato fino in Iraq, la sua prima visita da Presidente alle truppe americane al fronte, per predicare persino dall’estero il suo vangelo politico oggi prioritario: il diktat tutto domestico sullo shutdown del governo americano e sul braccio di ferro in corso sul budget con l’opposizione democratica. Sono pronto, ha fatto sapere il Presidente, ad aspettare di riaprire uffici e ministeri finché non avrò ottenuto cinque miliardi di dollari per il muro che deve proteggere il nostro confine con il Messico.

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«Farò tutto il necessario», ha detto parlando della paralisi parziale del governo con sullo sfondo la base militare di Al Asad, nell’unico paese mediorientale dal quale non ha ancora annunciato controversi ritiri delle forze armate statunitensi.

«Il pubblico americano chiede il muro», ha asserito senza fornire prove delle sue affermazioni dopo che nelle ore precedenti aveva già detto, a sua volta senza offrire dettagli, che il muro lo vogliono anche i dipendenti federali rimasti senza stipendio per lo shutdown. Certo è che al momento nessuno dei duellanti cede le armi. Non Trump, che vede nell’accontentare la sua base più militante e estremista il segreto del suo potere («Il presidente è molto deteminato sul muro», ha tuonato il deputato ultra-conservatore della North Carolina Mark Meadows). Ma neppure i democratici, che condannano invece il muro come inutile, costoso e xenofobo: Nancy Pelosi diventerà Speaker della Camera il 3 gennaio alla guida d’una nuova maggioranza democratica con la quale conta di avere semmai più voce in capitolo per qualunque intesa. I democratici possono oltretutto citare sondaggi che mostrano come la sicurezza dei confini - senza neanche arrivare al muro - è oggi una delle prime tre preoccupazioni per meno di un terzo dell’elettorato. In questo clima di scontro il Senato ha in programma di riunirsi nuovamente da oggi ma difficilmente potrà emergere rapidamente una soluzione per uno shutdown giunto ormai al sesto giorno. Ad aggravare la tensione sul trattamento degli immigrati sotto l’amministrazione Trump nei giorni scorsi un secondo bambino del Guatemala di otto anni è morto in un centro di detenzione statunitense.

I numeri dello shutdown
Sono 800mila su quattro milioni i dipendenti federali afflitti dall’attuale paralisi. Di questi circa 420mila sono al lavoro al momento senza stipendio perché considerati essenziali . Altri 380mila vengono lasciati a casa senza retribuzione. Nove i ministeri colpiti, dal Dipartimento di Stato alla Giustizia, dal Tesoro all’Agricoltura e a Trasporti. Bloccati i servizi dei parchi nazionali, in emergenza i musei nazionali e la Nasa. Risparmiati invece il Pentagono e l’apparato di sicurezza nazionale oltre al servizio postale. A conti fatti, siccome una serie di leggi di stanziamento di fondi (tra le quali proprio i fondi per la Difesa) erano già state approvate fino al prossimo 30 settembre, l’attuale shutdown blocca tuttavia soltanto circa un quarto dell’intero apparato governativo.

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Perché la paralisi
Scatta automaticamente quando il Congresso non riesce ad approvare e a far firmare dal Presidente adeguate e normali leggi finanziarie per l’anno fiscale in corso, cioè stanziamenti dei fondi per ministeri e le agenzie federali che durino da settembre al successivo settembre. Dal 1976, la data di nascita dalle attuali procedure di budget, si sono verificate 21 mancate approvazioni di misure di stanziamento di fondi e momentanei shutdown. Questi sono aumentati di numero e gravità dagli anni Novanta in avanti, in un clima di crescente polarizzazione politica tra democratici e repubblicani che li ha trasformati in battaglie per affermare le proprie priorità.

La storia degli shutdown
Sotto la presidenza democratica di Bill Clinton ne scattarono due, nel 1995 e 1996, della durata rispettiva di cinque e di 21 giorni, quest’ultimo ad oggi il più lungo in assoluto. In gioco erano allora tagli ai servizi pubblici voluti dal leader repubblicano del Parlamento Newt Gingrich nell’ambito di un programma di budget di sette anni. Fu però con la presidenza sempre democratica di Barack Obama che ebbe luogo la paralisi forse più grave: nell’ottobre del 2013 i repubblicani la fecero scattare nel tentativo di far fallire l’ambiziosa riforma sanitaria Obamacare, sottraendole necessari fondi attraverso il processo di budget. Lo shutdown si trascinò per 17 giorni ma i repubblicani furono alla fine costretti a cedere, puniti dall’opinione pubblica.

Gli shutdown sotto Trump
Trump e già stato protagonista di due mini-shutdown. Sono avvenuti entrambi agli inizi di quest’anno, il primo durato tre giorni - ma a cavallo di un fine settimana - e il secondo soltanto poche ore. La paralisi di tre giorni fu orchestrata dai democratici in protesta contro il mancato rinnovo del Daca, il permesso di soggiorno per chi era stato portato negli Stati Uniti da bambino da genitori clandestini. L’opposizione però rinunciò a estendere lo shutdown, data l’impopolarità dello strumento, dopo pochi giorni.

I costi
Il bilancio degli shutdown varia a seconda della loro durata e della loro ampiezza. Lo shutdown del 2013 costò circa 24 miliardi - 1,5 miliardi al giorno - e limò lo 0,6% dal Pil del quarto trimestre di quell’anno. Standard & Poor’s ha calcolato in media che le paralisi possono costare 6,5 miliardi di dollari alla settimana al Pil, tra costi diretti e indiretti per i business e gli appalti legati al governo. Goldman Sachs ha ipotizzato che vada in fumo lo 0,2% del Pil ogni settimana in presenza di un ampio shutodwon. Nel caso della limitata paralisi odierna, la stima si aggira tuttavia su circa 1,3 miliardi a settimana. Il rischio grave e difficile da misurare è però anzitutto quello politico, in termini di percezione di responsabilità e credibilità del governo e delle istituzioni.

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