lo scontro nei dem

Si allarga il fronte del no al voto anticipato Nel Pd avanza il premio alla coalizione

di Emilia Patta


4' di lettura

Sì alle primarie per la premiership del centrosinistra, con la possibile data del 24 marzo, e sì alla formazione di un fronte più largo del Pd, con una parte del centro e la sinistra di governo che si sta costruendo attorno a Giuliano Pisapia. Con la conseguenza che alla Camera potrebbe sparire il premio alla lista che superi il 40% lasciato in piedi dalla Corte costituzionale per essere sostituito dal premio alla coalizione (per il Senato il sistema di soglie incentiva già la coalizione: 3% per i partiti che si coalizzano e 8% per quelli che corrono da soli). Questo il percorso che i big del Pd che appoggiano la leadership di Matteo Renzi, da Dario Franceschini a Graziano Delrio, stanno costruendo attorno al segretario.

Franceschini, dopo essere stato al centro di molti retroscena nelle ultime settimane, spiegherà oggi il suo pensiero in un’intervista: l’obiettivo del voto a giugno (Renzi ripete l’11 giugno) va bene, non è certo il leader di Areadem a voler arrivare a tutti i costi a fine legislatura, ma occorre “sistemare” la legge elettorale per rendere il più omogenei possibili i sistemi di Camera e Senato. Che è esattamente la linea del Capo dello Stato. E l’estensione della coalizione già prevista per il Senato anche alla Camera va appunto nella direzione di armonizzare i due sistemi, e politicamente permette di allargare il campo del Pd per metterlo nelle condizioni di raggiungere la fatidica soglia del 40%. Lo spiega Delrio: «Noi apriamo alla coalizione, a quella che governa nei territori. Ma anche a un’esperienza più attenta al centro che si è staccato dalla destra. Il compito del Pd è diventare perno di una coalizione che abbia l’ambizione di raggiungere il 40% e prendere il premio di maggioranza».

Per la legge elettorale occorre intanto attendere le motivazioni della sentenza della Consulta che ha cancellato il ballottaggio dell’Italicum lasciando sostanzialmente in piedi tutto il resto, motivazioni che dovrebbero arrivare il 7 febbraio. Motivo per cui - una volta saltato per lo stop impresso da Beppe Grillo l’accordo emerso lunedì sera tra Pd e M5S per estendere l’Italicum corretto dalla Consulta anche al Senato e chiudere così in tempi brevi - l commissione Affari costituzionali della Camera ha deciso ieri di aggiornarsi al 9 febbraio. Da parte sua Renzi resta convinto che il premio alla lista è una soluzione per il Pd, ma non mette paletti. In sostanza lascia fare ai suoi in Parlamento e se ne tiene fuori.

Quanto alle possibili primarie di marzo per rispondere al pressing della minoranza bersaniana, Renzi dà la sua disponibilità ma, anche in questo caso, preferisce non entrare nei dettagli: «C’è stato chi ha chiesto di fare le primarie, il congresso, il referendum tra gli iscritti. Va bene tutto. Però chi perde il giorno dopo rispetti chi ha vinto altrimenti è l’anarchia», dice il leader dem ai microfoni del Tg1. Se fare le primarie è un modo per tenere dentro Pier Luigi Bersani allora si facciano le primarie, insomma. Purché non sia il solito giochetto del rilancio per creare nuovi fronti di polemica. «Finora ci hanno preso in giro - è il ragionamento di Renzi lontano dalle telecamere -. Subito dopo il referendum io ho proposto il congresso, e loro hanno detto “no alle rese di conti”. Ora vogliono il congresso. Va bene tutto, purché ci sia lealtà reciproca: chi perde poi dà una mano a chi vince». Altrimenti? Renzi allarga le braccia.

Mentre al Nazareno circola un sondaggio fresco fresco di Swg che stima il consenso potenziale di una lista guidata da Massimo D’Alema (che ieri ha incontrato il leader di Sel Nichi Vendola) e altri esponenti guidati usciti dal Pd tra il 2 il 4%, con una perdita da parte del Pd tra lo 0,5 e l’1% dei voti. Il problema è piuttosto Bersani, la cui uscita potrebbe fare un po’ più male al Pd. Che cosa fa l’ex sgretario del Pd? Continua a chiedere «se non un congresso qualcosa che gli assomigli» e lancia l’idea di «Un Ulivo 4.0, un campo plurale di idee».

Intanto cresce, dopo la presa di posizione di Giorgio Napolitano, il fronte del voto a scadenza naturale ossia nella primavera del 2018. Ieri è stato il ministro per lo Sviluppo Carlo Calenda a dichiarare che con le urne anticipate «è a rischio la tenuta del Paese», evocando fibrillazioni dei mercati. Parole dalle quali ha preso le distanze lo stesso premier Paolo Gentiloni(«quella di Calenda è un’idea personale che non impegna il governo») e che, và da sé, hanno piuttosto irritato Renzi («se si va a votare tra un anno le fibrillazioni invece di durare quattro mesi dureranno un anno», commenta in serata). E anche Delrio precisa: «Per affrontare le emergenze ci vuole un governo legittimato dal popolo, anche se le tecnocrazie tendono ad avere paura delle elezioni».

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