ASIA DEL SUD

Si dimette Nawaz Sharif, torna l’instabilità in Pakistan

di Marco Masciaga


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(REUTERS)

3' di lettura

Con una decisione destinata a inaugurare una nuova fase di instabilità per una delle due potenze atomiche dell’Asia del Sud, la Corte suprema del Pakistan venerdì ha di fatto rimosso il primo ministro Nawaz Sharif in seguito a uno scandalo legato alle fortune accumulate nell’arco di decenni dalla sua famiglia.

I giudici si sono appellati a un articolo raramente citato della Costituzione, il numero 62, che consente di «squalificare» qualunque parlamentare giudicato «disonesto». Sharif – che per il momento non è stato né condannato né indagato – è stato travolto da uno scandalo legato alla pubblicazione dei cosiddetti Panama papers e dopo l’annuncio della decisione della corte si è immediatamente dimesso da premier.

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Secondo una commissione d’inchiesta istituita dopo la venuta alla luce dei documenti, l’ex premier e i suoi familiari sarebbero in possesso di ricchezze incompatibili con le attività svolte alla luce del sole. Negli ultimi anni gli Sharif hanno acquistato tre costose proprietà immobiliari a Londra tramite una società offshore.

La formazione della commissione d’inchiesta è suscitato qualche perplessità tra gli analisti che seguono la politica pakistana. In particolare per la decisione di includere nel team di investigatori due membri dell’intelligence militare, storicamente una delle forze più opache e influenti nei destini politici del Paese.

La caduta del 67enne leader della Pakistan Muslim League-Nawaz (Pml-N) conferma una delle regole non scritte della complessa, instabile e non di rado sanguinaria politica pakistana. Nei settant’anni di storia del Paese, nessun primo ministro è mai riuscito a portare a termine il proprio mandato quinquennale. Per Sharif si tratta del terzo tentativo fallito, dopo aver ceduto alla pressioni delle forze armate nel 1993 ed essere stato deposto nel 1999 con un vero e proprio colpo di stato, il quarto nella breve storia del Paese asiatico, dal generale Pervez Musharraf.

Le dimissioni di Sharif sono una vittoria soprattutto per i vertici militari del Paese, che con il leader politico del Punjab hanno sempre avuto rapporti difficili, e per Imran Khan, un ex campione di cricket oggi alla guida di uno dei partiti d’opposizione che da tempo andava chiedendo le dimissioni del premier. L’incarico di portare a termine la legislatura dovrebbe cadere sulle spalle di un ministro dell’esecutivo.

La notizia delle dimissioni ha mosso solo temporaneamente i mercati azionari. L’indice dei titoli guida del Karachi stock exchange ha prima perso il 3,4% per poi chiudere la seduta sostanzialmente in parità. La rupia pakistana è rimasta sostanzialmente stabile

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Sharif è il secondo premier consecutivo a dimettersi sotto la pressione della Corte suprema, un organismo già decisivo nella fine del mandato di Yousuf Raza Gilani nel 2012 e che negli ultimi anni - a partire da un violento braccio di ferro una decina di anni fa con l’allora premier Musharraf - ha giocato un ruolo sempre più centrale nella vita politica del Paese.

Gli scandali legati alla corruzione sono piuttosto ricorrenti nella politica pakistana: lo scorso gennaio il Paese asiatico è stato collocato al 61esimo posto su 176 nella classifica sulla corruzione percepita stilata da Transparency International. Una posizione che segna un miglioramento rispetto all’anno precedente (quando fu 52esimo su 168), ma che dà comunque la misura di quanto possa essere opaca la gestione della cose pubblica nel Paese.

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