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Sì a doppia giurisdizione per il capitano Biot e lo spionaggio russo, diverse incriminazioni

Per il capitano di fregata, accusato di aver ceduto documenti riservati a un funzionario russo in cambio di denaro, procedimento a due vie con accuse punite dal Codice militare di pace con l’ergastolo

di Patrizia Maciocchi

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Doppia giurisdizione nel processo a carico di Walter Biot. La Cassazione ha, infatti, confermato la diversità delle due incriminazioni, «l’una attuata con finalità politica e l’altra militare, con possibile autonoma rilevanza giuridica dello spionaggio o della semplice consegna di atti o documenti riservati attuati con fini diversi». La Suprema corte (sentenza 25002) ha depositato le motivazioni con le quali ha giudicato inammissibile il conflitto di giurisdizione, denunciato dal difensore di Biot, Roberto De Vita, e sollevato dal Tribunale militare di Roma nei confronti della Corte d’Assise della Capitale.

Ci sarà dunque un doppio binario per il capitano di fregata arrestato dai carabinieri del Ros nel marzo di un anno fa con l’accusa di spionaggio per aver passato documenti segreti a un funzionario russo in cambio di cinquemila euro. Per i giudici di legittimità dalla lettura delle disposizioni emerge un «quadro precettivo non completamente e perfettamente sovrapponibile».

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Il Codice penale ordinario e quello militare

La norma del Codice ordinario prevede, infatti, «un perimetro di maggiore ampiezza rispetto a quello contemplato dalla norma militare». La prima riguarda il procurarsi notizie che devono rimanere segrete «incriminando un procacciamento a scopo di spionaggio non solo militare ma anche politico. La norma militare prevede invece la sola condotta di procacciamento per spionaggio militare di una specifica categoria di notizie che devono rimanere segrete e che riguardano «la forza, la preparazione o la difesa militare dello Stato».

Non troppo diverso il discorso per la rivelazione di segreti di Stato, previsto dal Codice penale (articolo 261, comma 3). che riguarda la rivelazione di notizie segrete, relative alla sicurezza interna e di interesse politico nazionale o internazionale, per scopi di spionaggio politico o militare. Questo nel codice penale, mentre l’articolo 86 del Codice militare contempla - scrivono i giudici - «la condotta del militare che rivela, nell’interesse di uno Stato estero, notizie che concernono la forza, la preparazione o la difesa militare dello Stato e che debbono rimanere segrete».

La finalità politica

Un quadro nel quale, ha precisato la Suprema corte «L'elemento di discrimine tra le due condotte si incentra sulla finalità, anche politica, del procacciamento delle notizie riservate, che vengono appunto rivelate e cedute dal singolo agente e come il paradigma legale descritto da ciascuna di esse abbia ambito operativo diverso. Non si tratta, dunque, di condotta posta in essere al solo fine di spionaggio militare, ma di un'azione posta in essere anche per finalità politiche».

Aspetto che determina l’ambito di maggiore rilevanza applicativa che hanno le norme ordinarie del codice rispetto alle disposizioni militari che puniscono il solo spionaggio attuato per fini militari, lasciando fuori dal raggio d’azione dell’intervento penale quello che risulta posto in essere per ragioni strettamente politiche. «Ben potrebbero essere rivelate notizie con il fine di rendere terzi partecipi di interventi militari dello Stato e di far conoscere intendimenti politici o patti tra Stati che, per ragioni superiori e legate agli interessi politici, devono restare riservati».

Si conferma dunque la diversità delle due incriminazioni, una a scopo politico, l’altra militare «con possibile autonoma rilevanza giuridica dello spionaggio o della semplice consegna di atti o documenti riservati attuati con fini diversi». Finalità - precisa la Corte - che finiscono per connotare la condotta e non per caratterizzare il movente individuale di chi agisce. Da qui la possibilità del concorso di reati per il militare che si occupa di notizie riservate.

L’ergastolo previsto dal Codice militare

Partendo da questa logica «Il Tribunale della libertà ha escluso la fondatezza della tesi secondo cui, prevedendo la norma penale comune e quella militare la stessa pena dell’ergastolo, si dovrebbe ritenere esistente il difetto di giurisdizione dell’Autorità giudiziaria ordinaria - scrivono i giudici che hanno dichiarato inammissibile il ricorso - I reati ordinari sono contraddistinti dalla finalità di salvaguardia dell’interesse militare e politico, aspetti che non figurano nelle fattispecie concorrenti dei reati militari».

Di conseguenza «in concreto una condotta tenuta a fini di spionaggio politico non sarebbe suscettibile di essere recuperata all’ambito di rilevanza della fattispecie militare che non comprende quelle condotte e che lascerebbe fuori dall'applicazione una serie di comportamenti».

Biot è sotto processo sia davanti al Tribunale militare che alla Corte d’Assise di Roma. La procura militare, guidata da Antonio Sabino, contesta a Biot le accuse di rivelazione di segreti militari a scopo di spionaggio, procacciamento di notizie segrete a scopo di spionaggio, esecuzione di fotografie a scopo di spionaggio, procacciamento e rivelazione di notizie di carattere riservato e comunicazioni all’estero di notizie non segrete nè riservate. Accuse punite con l’ergastolo secondo il codice penale militare di pace. Nei confronti del capitano di fregata, procede anche la procura di Roma che, nell’inchiesta della pm Gianfederica Dito coordinata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino, contesta le accuse di spionaggio, rivelazione di segreto di Stato e corruzione.

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