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Sì alla flessibilità Ue ma ora occorre ridurre il debito

Il percorso verso il raggiungimento del pareggio di bilancio si allunga ulteriormente. Ma oggettivamente si tratta di un obiettivo che ora viene posto in discussione dalla stessa Germania, vale a dire dal paese che ha sostanzialmente imposto negli anni della crisi una maggiore e più stringente vigilanza e controllo sui bilanci pubblici dell'eurozona

di Dino Pesole


Ecco cos'è e perché è così importante la Nadef

3' di lettura

Flessibilità di bilancio, in sostanza più deficit, per neutralizzare l’aumento dell’Iva che altrimenti scatterebbe dal prossimo 1° gennaio. Il governo Conte2 si avvia a percorrere la stessa strada dei governi Renzi, Gentiloni e Conte1.

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In sostanza, giunto all’appuntamento decisivo con la manovra economica attraverso la definizione del nuovo quadro macroeconomico affidato alla Nota di aggiornamento al Def, il nuovo governo a trazione Pd/M5S sposta più in alto l’asticella del deficit nominale del prossimo anno, che a politiche invariate si dirigerebbe verso l’1,5% del Pil e che ora veleggia verso il 2,1-2,2% stando alle indiscrezioni raccolte finora.

Uno spazio fiscale aggiuntivo di 10-12 miliardi dunque che con ogni probabilità verrà concesso al nostro paese da Bruxelles, a fronte di precise rassicurazioni sul versante della riduzione del debito pubblico. Un’inversione di tendenza rispetto a due anni di aumento (il Def di aprile indica per quest’anno il 132,6% del Pi) è attesa appunto per il 2020 (ma si tratterà solo di qualche decimale in meno) e con maggiore vigore negli anni successivi. Flessibilità che oltre a tradursi in margini aggiuntivi di deficit consentirà – stando a quanto ha precisato lo stesso ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri – di non metter mano a una nuova correzione dei conti pubblici dopo quella varata in giugno dal precedente governo.

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In poche parole, anche grazie alla manovra correttiva di giugno pari a 7,6 miliardi e al suo effetto a regime, non verrà chiesto all’Italia (come imporrebbero le regole di bilancio europee) di intervenire nel 2020 sul saldo strutturale (che si calcola al netto delle variazioni del ciclo economico e delle misure una tantum) per un ammontare vicino allo 0,6% del Pil (oltre 10 miliardi).

Ne consegue che il percorso verso il raggiungimento del pareggio di bilancio si allunga ulteriormente. Ma oggettivamente si tratta di un obiettivo che ora viene posto in discussione dalla stessa Germania, vale a dire dal paese che ha sostanzialmente imposto negli anni della crisi una maggiore e più stringente vigilanza e controllo sui bilanci pubblici dell’eurozona.

È stata la Confindustria tedesca, nel mettere in guardia dai rischi del marcato rallentamento dell’economia ormai in sostanziale stagnazione, a invitare il governo a voltare pagina, e dunque ad avviare una politica di investimenti e di sostegno alla domanda interna mettendo da parte il totem del pareggio di bilancio. In tale contesto, e in attesa che prenda corpo la revisione dei parametri chiave della disciplina fiscale europea, pare abbastanza scontato che non si erigano barricate ai paesi che chiedono di poter accedere a tutti i margini di flessibilità previsti dalle regole europee.

Non sarà una flessibilità “a prescindere”, anche perché la commissione Ue presieduta da Ursula von der Leyen che si insedierà il 1° novembre dovrà tener conto anche delle obiezioni di alcuni dei paesi nordici tradizionalmente più rigoristi come l'Olanda

Non sarà tuttavia una flessibilità “a prescindere”, anche perché la commissione Ue presieduta da Ursula von der Leyen che si insedierà il 1° novembre dovrà tener conto anche delle obiezioni di alcuni dei paesi nordici tradizionalmente più rigoristi come l’Olanda. Le condizioni che verranno poste al nostro paese nel concedere la nuova tranche di flessibilità andranno rispettate: riduzione del debito, riforme strutturali per sostenere la crescita, investimenti.

Le regole di bilancio europee per la verità sono già state nei fatti sottoposte a diverse riletture e reinterpretazioni per concedere spazi pur senza metter mano ai Trattati. Per rivedere i parametri chiave (debito e deficit) il percorso non sarà breve. Ecco allora che all’interno della nuova possibile governance economica Ue potrebbero trovare spazio nuovi indicatori giudicati meno rigidi e più efficaci ad esempio del target del deficit strutturale, che determina peraltro l’output gap (vale a dire lo scarto tra Pil potenziale e Pil reale).

Si ragiona se sostituirlo con un parametro meno rigido sull’andamento della spesa e si potrebbe al tempo stesso rendere più esplicito il ricorso alle cosiddette “circostanze eccezionali”, oltre alle clausole di flessibilità previste dalla Comunicazione adottata dalla Commissione Juncker nel gennaio 2015 (riforme e investimenti). Su tutto evidentemente fa premio nel caso dell’Italia il mutato clima dei rapporti tra Roma e Bruxelles, nettamente diverso dal muro contro muro che ha opposto per mesi il precedente governo alla Commissione e che per ben due volte ha portato il paese a un passo dall’apertura di una procedura d’infrazione.

Si è corso ai ripari lo scorso anno, con la marcia indietro sul deficit (dal 2,4 al 2%), e quest’anno con la manovra correttiva di giugno. Ora almeno sulla carta si apre una fase diversa, che vedrà in primo piano impegnato il commissario designato agli Affari economici Paolo Gentiloni, il cui compito primario non sarà tuttavia quello di “favorire” l’Italia ma di garantire la stabilità dei conti dell’eurozona.

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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