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Si pentono due boss della nuova Cupola. In manette sette persone

di Nino Amadore


Mafia a Palermo, fermate 7 persone. Tra loro due "figli d'arte"

3' di lettura

Un work in progress che promette scossoni dentro ma soprattutto fuori Cosa nostra. Chiusa la partre dedicata alla governance della mafia del dopo Totò Riina, i magistrati si dedicano ad approfondire il ruolo dei collusi con Cosa nostra. Grazie al racconto di due pentiti che ne sanno parecchio.  Possiamo definire così il lavoro avviato dagli inquirenti palermitani con l’operazione Cupola 2.0 che ha portato in carcere il 4 dicembre dell’anno scorso 49 persone con l’accusa di voler ricostruire la commissione provinciale di Cosa nostra (la Cupola appunto) e che si è concretizzato oggi con l’arresto, in due diverse operazioni di carabinieri e polizia, di altre sette persone tra cui due giovanotti di alto lignaggio e già di spessore. «Qualcuno ha parlato di 'mezza
Cupola, di 'cupoletta', ma le indagini hanno dimostrato che non si trattava di qualche vecchietto tornato in azione, bensì della ricostituzione della Commissione provinciale di Cosa nostra ad opera di soggetti di alto livello mafioso - ha detto il capo della Direzione distrettuale antimafia Francesco Lo Voi -. Dato questo confermato dai personaggi fermati oggi che vantano un lignaggio mafioso di rilievo».

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Uno degli arrestati (dai carabinieri) è Leandro Greco detto Michele, nipote del “papa” di Cosa Nostra Michele, divenuto a soli 23 anni il capomandamento di Ciaculli dove si è spostato l’asse del potere da Brancaccio: oggi Ciaculli è un mandamento ricco grazie al traffico di droga, potente grazie alla presenza di armi ed è un mandamento che conta insieme a quelli di Pagliarelli (il cui capo era Mineo) e Porta Nuova. Greco, in questo contesto, rappresenta la continuità della tradizione criminali: di lui i pentiti dicono che è la rappresentazione della «mentalità di un vecchio nel corpo di un giovane». L’altro è Calogero Lo Piccolo (arrestato dalla squadra mobile), figlio di Salvatore Lo Piccolo, capomandamento di Tommaso Natale. Il primo ha 28 anni, il secondo invece è un quarantenne rampante: ambedue assi portanti di una mafia che punta al «rinnovamento nel solco della tradizione» ma che soprattutto, dopo gli anni del dominio dei corleonesi, progettava una commissione provinciale palermocentrica con a capo il vecchio Settimo Mineo che escludesse dalla vera catena di comando i rappresentanti dei mandamenti della provincia: ecco spiegato, forse, il motivo dell’assenza di parecchi boss della provincia alla riunione costitutiva. Una novità insomma che non era ben vista da tutti e non era, per esempio, ben vista dal capomandamento di Villabate Francesco Colletti e di Belmonte Mezzagno Filippo Bisconti, ovvero dei due boss di «provata esperienza» che hanno deciso di collaborare con la giustizia e che sono «particolarmente promettenti - dice Lo Voi - perché conoscono molto dentro e fuori Cosa nostra.

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Su questi versanti si concentreranno le indagini nelle prossime settimane e mesi». Sono loro, i due collaboratori, che hanno fornito ulteriori dettagli sulla famosa riunione del 29 maggio dell’anno scorso in cui si è concretizzato il progetto di ricostituzione della commissione provinciale che non si riuniva dall’arresto di Totò Riina avvenuto nel 1993. In quella sede è stato stabilito lo “statuto” di questa nuova governance di Cosa nostra: alla commissione possono partecipare solo i capimandamento e i mandamenti della provincia sarebbero stati rappresentanti dai boss di città. Palermo al centro di tutto, con una «commissione snella - spiega il procuratore aggiunto Salvatore De Luca - con due o tre boss nelle condizioni di decidere velocemente. Nel progetto del giovane Greco vi era quello di tagliare fuori i mandamenti dei paesi». A quella riunione Bisconti, con una scusa, non ha partecipato e agli inquirenti ha raccontato di non averlo fatto volutamente: ai magistrati ha raccontato di essersi pentito perché non vede «futuro in Cosa nostra» e ha fatto emergere quelle che il procuratore Lo Voi chiama eufemisticamente «le due diverse visioni di Cosa nostra».

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Nell’operazione di oggi i fermi sono sette: c’è Giovanni Sirchia, proprietario dell’immobile in cui è avvenuta la riunione del 29 maggio e che non ha potuto parteciparvi perché, dicono i magistrati, «non aveva i titoli per farlo» visto che era “solo” reggente del mandamento di Passo di Rigano; ci sono Giuseppe Serio, Erasmo Lo Bello, Pietro Lo Sicco e Carmelo Cacocciola accusati di estorsione nel territorio del mandamento mafioso San Lorenzo-Tommaso Natale. E anche in questo caso il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti ha voluto sottolineare la collaborazione di imprenditori che hanno denunciato ma anche un cambio di atteggiamento da parte dei boss: la violenza da utilizzare sono come ultima ratio.

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