estetica in tempi di crisi

Si può creare anche senza produrre, ecco la moda che fa tendenza assemblando

Non chiamatelo riciclo: da Margiela a Marni, da Givenchy a Paco Rabanne, gli esempi apripista del recupero inventivo

di Angelo Flaccavento

default onloading pic
Marni, una collezione patchwork e  Margiela, gloriosamente delabrè

Non chiamatelo riciclo: da Margiela a Marni, da Givenchy a Paco Rabanne, gli esempi apripista del recupero inventivo


2' di lettura

Senza suonar millenaristi, si può con certezza affermare che dalla situazione attuale usciremo tutti più poveri. Poco male: avere meno pungola a fare di più. Almeno nel campo creativo, le epoche di crisi sono le più radicali e stimolanti, perché le iatture sono anche meravigliose opportunità. Nell'immediato il sistema della moda si troverà a fronteggiare un surplus produttivo ingente: migliaia di pezzi mai consegnati, di ordinativi non evasi che giacciono tra le merci che son sospese.

C'è chi propone di mettere in pausa le collezioni, in modo da recuperare il tempo perduto a tempo debito. Ma quel che nella moda è già stato visto è marchiato forever dallo stigma del vecchio. Perde fascino. Non per questo bisognerà rifare tutto. La moda ha un meraviglioso potere metamorfico che non chiede molto per attivarsi.

Il recupero dell'esistente - non chiamiamolo riciclo - la nobilitazione degli scarti e di ciò che è frusto o addirittura logoro sono pratiche virtuose, vecchie almeno come gli object trouvè degli artisti Dada e la récupération sofisticatamente pauperista dei bricoleur di The House of Beauty and Culture (Londra, 1986) e poi di Martin Margiela, nume tutelare dai tardi anni Ottanta di ogni radicalismo intriso di un profondo senso di realtà.

Oggi lo chiamano upcycling, ma la definizione è moralistica come tutta la retorica eco. Rifare, modificare, plasmare l'esistente è una strada invero piena di possibilità, anche per quanti promuovono una estetica meno sperimentale. Non è detto infatti che recupero debba significare look destroy, o pantaloni e giacche fatti con i sacchi di juta (quelli di Christopher Nemeth, ormai, sono superlativi pezzi da museo). Ci può essere un recupero che sa di couture, un rimodellamento virtuoso o addirittura vie che ancora non conosciamo. Questa scelta operativa e programmatica fermenta già in alcune costellazioni della galassia modaiola.

Martin Margiela si è ormai ritirato, ma la torcia del recupero inventivo è tenuta alta con verve affabulante dal suo successore John Galliano, che etichetta RECICLA una parte della produzione Maison Margiela fatta di pezzi raccattati per ogni dove e poi crivellati, imbastiti, distorti lasciando tutto non finito e gloriosamente delabre.

Francesco Risso di Marni crea una intera collezione in patchwork assemblando ritagli, lacerti e scampoli all'inseguimento di una idea tutta sua di artigianato postatomico ed escapista.

Da MYAR a By Walid a Givenchy sono in molti a utilizzare surplus - tessile, militare - per creare il nuovo ma il recupero può anche avere un sentore industriale: materiali incongrui per affrontare l'apocalisse, come le schiume isolanti di Melitta Baumeister, i metalli di Paco Rabanne o i cellophane da imballaggio e gli scotch di Margiela, che in tema di recupero ha davvero davvero tutto. Anni fa, con i sacchi neri della monnezza Gareth Pugh ci ha fatto pure ieratici abiti da vestale. Si può creare anche senza produrre.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti