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Si scrive generazioni, si legge generalizzazioni

Su “La Stampa” di Torino l’ennesimo story-telling accattivante per una società che si allontana sempre più da un approccio storico alla realtà

di Andrea Merlotti

(AdobeStock)

4' di lettura

Pochi giorni fa, sono apparsi sul quotidiano “La Stampa” due appassionati interventi sui cosiddetti boomer, uno elogiativo, l'altro accusatorio. Ne è nata una discussione che pare destinata a proseguire e che costituisce un esempio, quasi da manuale, della pratica, ormai diffusa, d'usare lo scontro generazionale (boomer contro millennials, zoomer contro tutti etc. etc.) per interpretare le vicende degli ultimi decenni.

Ogni generazione viene presentata come un mondo a sé

Ogni generazione viene presentata come un mondo a sé, che si definisce per contrapposizione con le altre. Una diffusa narrazione – semplificando – vuole che la Gen. Z (che per qualche tempo pareva aver trovato in Greta Thunberg il suo profeta) si ponga l'obiettivo di salvare il mondo, portato quasi alla distruzione dai pessimi boomer e dai deboli millennials.

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Story-telling

Uno story-telling che risulta accattivante per una società che negli ultimi decenni si è sempre più allontanata da un approccio storico alla realtà. Quel tipo d'approccio che, invece, ha caratterizzato per secoli la cultura europea, sino, più o meno, alla fine del Novecento. In effetti, la definizione, se non la vera e propria invenzione, delle generazioni ha avuto fortuna soprattutto in ambito economico, essendo funzionale al loro utilizzo come mercati, ciascuno commercialmente ben distinto dagli altri. Gli storici di norma non danno grande importanza al concetto di generazione per comprendere i fenomeni politici. D'altra parte, chi furono i responsabili delle baby pensioni, istituite nel 1973 e considerate il tipico privilegio dei boomer? I giovani che ne ebbero un indubbio (e certo immeritato) beneficio o coloro che le decretarono? Uomini come il presidente del Consiglio Mariano Rumor e il ministro del bilancio Antonio Giolitti, un democristiano e un socialista, nati entrambi nel 1915? Il governo fece allora una scelta squisitamente politica, che si rivelò una delle tante risposte sbagliate alle istanze della protesta giovanile. In effetti, l'uso sempre più frequente del concetto di generazione per comprendere fenomeni storici e politici è ormai criticato da più parti. Ricordo qui solo l'articolo del critico letterario statunitense Louis Menand, apparso sul “New Yorker” dell'11 ottobre 2021, dal titolo quanto mai chiaro: It's time to stop talking about «Generations». From boomers to zoomers, the concept gets social history all wrong. Un articolo che ha avuto qualche eco anche in Italia, ma forse non abbastanza.

Cosa s'intende oggi per boomer?

Tornando ora alla parola da cui ho preso le mosse, cosa s'intende oggi per boomer? È interessante notare, a tale proposito, che esso ha velocemente ampliato il suo senso.

L'Accademia della Crusca

Nel 2021 l'Accademia della Crusca, prendendo atto della sua comparsa, lo ha definito «appellativo ironico e spregiativo, attribuito a persona che mostri atteggiamenti o modi di pensare ritenuti ormai superati dalle nuove generazioni». Esso era stato coniato, infatti, dai sociologi statunitensi per definire le persone nate fra 1946 e 1964. Nello stesso tempo, però, la Crusca rilevava che s'andava via via applicando «a qualsiasi persona più anziana» che dimostrasse «atteggiamenti e modi di pensare ormai superati (specialmente dal punto di vista politico, sociale e tecnologico)». Nel gergo della Gen. Z (i nati fra 1997 e 2012), ma anche di molti della Gen. Y (1981-96, i cosiddetti Millennials) boomer è divenuto, infatti, sinonimo se non di vecchi, almeno di tutti coloro che nelle generazioni precedenti si pongano in modo critico verso il presente, soprattutto quello tecnologico o artistico. Una sorta di evoluzione moderna dei luddisti: gli operai inglesi che a inizio Ottocento si rivoltarono contro la crescente presenza di macchine nelle fabbriche, temendo per il loro posto di lavoro. Col tempo il termine ha finito per indicare tutti gli over-40, portando così all'interno dei boomer anche la Gen. X (1965-80), che è, invece, tutt'altra cosa rispetto a quella precedente. Inoltre, il termine non di rado è brandito come un'arma anche verso coloro che non condividono alcuni aspetti della contemporaneità, pur non rimpiangendo tempi passati. Sull'uso politico del termine boomer contro i critici del presente prima o poi bisognerà, in effetti, fare una riflessione ad hoc.Non tutti, peraltro, ricorrono a un uso così esteso (e improprio) di tale espressione. Un esempio è quello della canzone “Ok Boomer”, pubblicata in questo stesso 2022 da The Zen Circus, uno dei più interessanti gruppi musicali italiani. Al centro della narrazione della canzone è il concetto di ciclicità, che stempera (e insieme spiega) quello di contrapposizione.

Patrimonio

In effetti, nel rapporto fra padri e figli, ad esser fondamentale non è solo lo scontro, ma anche l'eredità, il lascito dei primi ai secondi. Pare, invece, che, nella narrazione oggi più diffusa per questa non vi sia posto. Eppure è proprio nel passaggio di quest'eredità da una generazione all'altra - anche dai boomers alla Gen. Z – che risiede il superamento dell'ottica rivendicativa e rancorosa del debito e del credito. Ricordo che patrimonio – letteralmente: eredità della generazione dei padri - è il nome che la nostra società da à ciò che la identifica culturalmente. Senza dialogo generazionale, tale identità - e la società che su essa si fonda - cessa. Un rischio che non possiamo permetterci. Anche per questo, arginare narrazioni, rassicuranti nella loro semplicità, ma errate e distruttive, mi pare un compito importante da perseguire. Una funzione in cui gli storici possono avere ancora molto da fare e da dire.


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