Cassazione

Sì al sequestro dei beni della giudice sotto processo per aver pilotato i fallimenti

In attesa della sentenza del giudice di merito, la Cassazione dà il via libera alla confisca dei beni

di Patrizia Maciocchi


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2' di lettura

Via libera alla confisca per 1 milione e mezzo di euro sui beni dell’ex giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Roma ,Chiara Schettini, imputata nel processo per peculato, con l’accusa di essersi appropriata di oltre 1.115.000 euro del fallimento della Srl Tecnoconsult. L’allora giudice delegato, ora sotto processo a Perugia, era stata rinviata a giudizio dal Gup del Tribunale umbro, che riteneva esistente il fumus del reato, messo a punto, in almeno quattro procedure fallimentari, con l’aiuto di curatori, commercialisti e avvocati, per appropriarsi del denaro destinato al pagamento dei creditori. Un meccanismo che consisteva nel nominare curatori fallimentari infedeli e nel redigere, con l’aiuto di avvocati, falsi atti di insinuazione al passivo.

La sentenza

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I consulenti infedeli

Il contributo di consulenti compiacenti sarebbe stato utile per redigere perizie “aggiustate”. Il tutto con l’obiettivo, secondo le imputazioni, di creare crediti fittizi da riscuotere e dividere. La Cassazione, con la sentenza 44899, limita il suo esame al fallimento della “Tecniconsult”, la quale, come parte civile, aveva chiesto il sequestro conservativo.

Nello specifico, la misura era stata estesa anche ai beni dell’avvocato Rossella Galante, coimputata nel processo, essendo l’immobile della Schettini gravato da più trascrizioni, oltre che da un altro sequestro in favore di un altro creditore per oltre 3 milioni di euro. Secondo l’accusa, infatti, sarebbero quattro i fallimenti finiti alla ”attenzione” della Schettini: uno per circa 3 milioni di euro, un secondo per 770mila euro, Tecnoconsult per oltre un milione di euro e un quarto per oltre 860mila euro.

La ricorrente, nella causa esaminata, contestava l’esistenza di una legittimazione ad agire in giudizio da parte della Tecnoconsult, per la mancata dimostrazione di un pregiudizio patito dalla società che non era persona offesa dal reato.

Parte civile la società danneggiata

La società si era, infatti, costituita solo dopo la chiusura del fallimento, ragione per cui si potevano considerare danneggiati soltanto i creditori rimasti insoddisfatti. Ma la Cassazione respinge il ricorso. I giudici, pur chiarendo che una decisione definitiva sulla fondatezza del reato di peculato spetta al giudice di merito, affermano la necessità di valutare la fondatezza della domanda di risarcimento della società, che, al contrario di quanto affermato dalla difesa, è persona offesa dal reato.

Il peculato, per il quale la Srl si è costituita parte civile, è infatti un reato plurioffensivo perché non tutela solo la legalità, l’efficienza, la probità e l’imparzialità della pubblica amministrazione, ma anche il suo patrimonio e quello dei terzi. In questo contesto si inserisce la pretesa risarcitoria della compagine, che non può dunque ritenersi manifestamente infondata.

La domanda non è priva di basi neppure rispetto all’importo da sequestrare, che i giudici di merito hanno calibrato sulla misura del profitto che si ipotizza sia stato indebitamente conseguito dall’imputata. A questo vanno aggiunti i connessi pregiudizi economici per la società, che derivano dal non aver potuto disporre delle somme che, secondo la contestazione, sarebbero state sottratte all’attivo fallimentare.

Per la Suprema corte un parametro ragionevole, in attesa della completa ricostruzione dei fatti.

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