Cassazione

Mascherine “sartoriali”, sì al sequestro se l’avvertenza che non sono presidi medici è «nascosta»

L’indicazione che sono prive di marchio Ce e che non sono presidi sanitari deve essere leggibile all’esterno della confezione

di Patrizia Maciocchi

Mascherine per la protezione, tipologie e uso

2' di lettura

Rischia la frode in commercio, almeno nella forma tentata, chi detiene mascherine sartoriali, destinate alla vendita, indicate all’esterno della confezione come filtranti, utili alla protezione individuale, antigoccia e riutilizzabili, mentre solo all’interno si scopre che sono prive di marchio Ce e che non sono presidi medici. La vicenda analizzata dalla Cassazione riguarda il sequestro di oltre 13 mascherine, presentate come filtranti. Per il Tribunale del riesame che aveva confermato il sequestro cautelare, il fumus della tentata frode in commercio stava nel fatto che solo aprendo la confezione si scopriva che la mascherina non aveva marchio Ce, che era ad uso generico, che non era un dispositivo di protezione individuale né un presidio medico.

Il Decreto Cura Italia

Ad avviso del ricorrente però le mascherine erano in linea con il decreto Cura Italia: una norma che consentiva fino alla cessazione dello stato di emergenza l’utilizzo di mascherine filtranti prive di marchio Ce, purché ne venga garantita la sicurezza. Per la difesa i clienti, per lo più grossisti e professionisti del settore, erano consapevoli di acquistare prodotti di sartoria e non dei dispositivi medici. E questo perché le caratteristiche della merce erano indicate nelle fatture con la dicitura «mascherina filtrante priva di marchio Ce priva di marchio Ce come da Dl n.18 del 17 marzo 2020, articolo 16».

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La richiesta del dissequestro era basata anche sulla considerazione che non c’era un pericolo che l’indagato, legale rappresentante della società, tornasse a smerciare le mascherine, che comunque erano state rinvenute in magazzino e non esposte in vendita.

La Cassazione conferma però il sequestro, bollando il ricorso come inammissibile, per carenza di interesse ad impugnare del ricorrente che aveva fatto “opposizione” in proprio e non come legale rappresentante. Per i giudici di legittimità è tardiva anche la certificazione rilasciata dall’Istituto Superiore di sanità perché acquisita dopo la pronuncia del Tribunale del riesame che confermava il sequestro.

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