cassazione

Sì allo status di rifugiato anche a chi rischia la vendetta d’onore

La Cassazione allarga la protezione internazionale anche a chi corre il pericolo di essere ucciso perchè ha violato i costumi del suo pase d’origine

di Patrizia Maciocchi


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2' di lettura

Via libera alla protezione internazionale, non solo per i perseguitati politici o per l’orientamento sessuale ma anche per chi fugge dal proprio paese per mettersi al riparo da vendette d’onore, a causa di una relazione con una ragazza di un censo più elevato. Una storia di novelli Romeo e Giulietta, con tanto di finale drammatico almeno per la ragazza, quella finita all’attenzione dei giudici, che hanno accolto il ricorso di un trentenne cittadino pakistano, ampliando di fatto le ragioni che consentono ai migranti di restare in Italia con lo status di profugo.

La storia d’amore proibita

Il giovane era venuto meno agli usi del suo paese d’origine continuando clandestinamente la sua storia d’amore con la ragazza - destinata ad un uomo del suo stesso lignaggio - dopo il no dei familiari alle nozze. Un destino al quale la giovane non si era rassegnata togliendosi la vita. La famiglia che considerava responsabile del suicidio il ragazzo aveva ottenuto dalla autorità tradizionale locale - la Jirga - una sorta di
autorizzazione alla vendetta nei suoi confronti. «La vendetta era stata già annunciata dalle minacce ripetutamente rivolte dal fratello della ragazza che era a tal fine andato presso l’abitazione della madre di Mahmood», spiegano - nel verdetto 1343 della Prima sezione civile - che non condividono la decisione della Corte di Appello di Bologna.

I numeri degli omicidi d’onore

La corte territoriale, infatti, al pari del Tribunale che, aveva
negato la protezione ritenendo non rilevante il «fenomeno delle uccisioni per motivi di onore in Pakistan». La difesa del ragazzo ha allora ricordato che in Pakistan si registra «l’incremento e la tolleranza sociale verso il delitto d’onore che per il 70% dei casi colpiscono le donne e per il 30% gli uomini». Numeri che hanno che hanno convinto la Suprema corte. I giudici hanno sottolineato che «gli uomini oggetto della possibile vendetta da parte dei nuclei familiari che hanno subito l'offesa al loro onore, riescono a sottrarsi alla minaccia abbandonando il luogo di origine, offrendo somme di denaro o consegnando alla famiglia offesa una donna da sposare appartenente al proprio nucleo familiare».

La tutela della Suprema corte

Per la Cassazione «si tratta con evidenza di pratiche lesive dei più elementari diritti umani e che», in questo caso specifico, «non sono ricollegabili, se è vero il racconto fatto da Mahmood, a un comportamento lesivo della dignità della donna
ma al contrario a una prevaricazione di censo in danno del diritto a formare liberamente la propria famiglia». Un quadro che ha indotto la Cassazione ad affermare un principio di diritto, secondo il quale «in tema di protezione internazionale dello straniero, anche gli atti di vendetta e ritorsione minacciati o posti in essere da membri di un gruppo familiare che si ritiene leso nel proprio onore a causa di una relazione esistente o esistita con un membro della famiglia, sono riconducibili, in quanto lesivi dei diritti umani, all'ambito dei “trattamenti inumani o degradanti”
rilevanti per il riconoscimento della protezione sussidiaria».
Un principio del quale dovrà tenere conto la Corte d’Appello chiamata a rivalutare il caso.

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