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Siccità, grandi laghi in secca: il Maggiore è al 24%, Nord in emergenza

Temperature anomale e soprattutto la mancanza di piogge e il livello bassissimo di invasi e fiumi mettono in allarme il Nord del paese

di Micaela Cappellini

Siccita', viaggio nei campi di mais: "Qui e' tutto morto"

3' di lettura

Alle due del pomeriggio, sulla vetta del Monte Bianco, la temperatura che si registra da sabato è di 10,4 gradi: «Tre anni fa, quando si cominciò a parlare seriamente sui giornali dei pericoli derivanti dal cambiamento climatico, quella temperatura era poco più di 6 gradi». Per Massimo Gargano, direttore generale dell’Anbi, l’associazione che riunisce tutti i consorzi di bonifica nazionali, non c’è numero migliore per sintetizzare l’emergenza siccità che in questi giorni sta stringendo il nostro Paese in una morsa, tra razionamenti dell’acqua per l’irrigazione e presto anche per l’uso domestico.

Per martedì 21 i governatori hanno convocato una Conferenza delle Regioni per fare il punto. E al termine della riunione avranno un confronto con la ministra Mariastella Gelmini nel corso di una conferenza Stato-Regioni.

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Il Piemonte ha decretato l’allarme rosso, in 170 comuni sono già state emesse ordinanze di uso consapevole dell’acqua. Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, si è detto pronto a proclamare lo stato di calamità naturale nelle prossime ore, l’Emilia-Romagna decreterà lo stato d’emergenza già martedì 21.

Gli occhi di tutti, però, sono puntati sul governo, a cui anche la Conferenza delle Regioni ha chiesto a gran voce che venga dichiarato lo stato di emergenza nazionale per siccità. Lunedì 20 c’è stato un incontro tra i capi di gabinetto dei ministeri coinvolti, dall’Agricoltura alle Finanze, dagli Affari regionali alla Transizone ecologica: «La situazione è delicata, presto ci aggiorneremo a livello politico», ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli.

L’ACQUA PERSA IN SOLI DUE ANNI
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Già danni all’agricoltura per due miliardi

L’Anbi, intanto, ha altri dati da mettere sul tavolo. In un anno la percentuale di riempimento dei grandi laghi italiani è crollata pericolosamente: quella del Lago Maggiore, la più preoccupante, è passata dal 95% del 15 giugno 2021 al 23,8% della settimana scorsa, il minimo storico dal 1946.

Il lago di Como è sceso dal 76% al 35%, quello d’Iseo dal 97 al 46%. Il fiume Po, il più grande d’Italia, è in agonia. A Valenza, in provincia di Alessandria, due anni fa aveva una portata di 489 metri cubi al secondo, ora è di soli 108 metri cubi. Verso la foce, a Pontelagoscuro in provincia di Ferrara, il Po è passato da 3mila a 1.800 metri cubi al secondo di portata.

Sempre in Lombardia, le riserve di neve si sono esaurite con due mesi di anticipo. In Umbria gli invasi del Trasimeno e della diga di Maroggia sono dimezzati. Nel Lazio il Tevere è più basso di 35 centimetri.

Secondo la Confagricoltura, i danni all’agricoltura ammontano già a due miliardi di euro, ma è solo un bilancio provvisorio. «Il grosso dell’emergenza è tutta concentrata al Nord - ammette il direttore generale dell’Anbi, Gargano - perché il Sud ha saputo dotarsi di infrastrutture idriche migliori grazie ai fondi per il Mezzogiorno».

Gargano: «Serve lo stato di emergenza»

Piangere sugli errori del passato oggi però non serve. In piena crisi, c’è solo una cosa da fare: «Il governo deve dichiarare rapidamente lo stato d’emergenza - dice Gargano - e affidare alla Protezione civile la gestione centralizzata e la distribuzione della poca acqua che c’è in modo tale che venga divisa tra agricoltori, utenze domestiche, bacini idrici e utility energetiche».

Solo un’autorità con un mandato governativo, infatti, ha la forza di imporsi e di evitare forme di egoismo campanilista: dal lago di Garda che non vuole veder scivolar via, insieme all’acqua, i turisti, fino alla Regione Valle d’Aosta che dichiara di non poter aiutare il vicino Piemonte. «Così fu fatto per le due crisi di siccità che l’Italia ha attraversato negli ultimi vent’anni, e funzionò», ricorda Gargano.

Il grosso delle soluzioni al problema della mancanza d’acqua, però, possono essere costruite solo nel medio periodo, e richiedono investimenti: «Insieme alla Coldiretti - racconta il dg dell’Anbi - avevamo presentato un piano per la realizzazione di tanti piccoli invasi per l’accumulo dell’acqua piovana. Il costo stimato era di 4 miliardi, dovevano essere finanziati con il Pnrr ma alla fine è stato deciso che i fondi europei non potevano essere destinati a questo genere di progetti».

Ora, il piano invasi è alla ricerca di finanziamenti alternativi. Ma anche se venissero stanziati domani, prima che i bacini possano essere operativi ci vorranno almeno tre anni. L’agricoltura nazionale non riuscirà ad aspettare tanto.

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