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Siccità, la ricetta di Utilitalia: «Più invasi per stoccare l’acqua»

Il dg di Utilitalia Colarullo: gli investimenti stanno riducendo le perdite, ma bisogna puntare sul riutilizzo e sui bacini per immagazzinare l’acqua

di Fabio Carducci

Siccita', dal governo 1,4 miliardi per gli acquedotti colabrodo

3' di lettura

Una rete idrica colabrodo certo non aiuta in tempi di siccità: ma l’arma strutturale per dissetare campagne, aziende e città è la costruzione di invasi e di sistemi di accumulo dell’acqua. L’apparente paradosso è infatti che la siccità sta colpendo in modo particolare proprio i territori settentrionali in cui le perdite di acqua sono più basse, a partire da Piemonte e una parte della Lombardia. A farlo notare è Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, la Federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia. Che sottolinea: per affrontare l’impatto del cambiamento climatico la strategia deve partire dalle infrastrutture di stoccaggio e riuso dell’acqua.

La siccità che sta flagellando l’Italia in queste settimane appare sempre più un fenomeno con il quale dovremo fare i conti anche in avvenire. Come possiamo combatterla? Si torna a parlare del cronico problema di perdite che affligge la rete idrica italiana.
Dopo i precedenti del 2003 e del 2017 mi pare abbastanza indiscutibile che siamo di fronte a un fenomeno strutturale. Piovosità e nevosità fortemente ridotte, temperature elevate. E la risposta non può che essere coordinata, ampia e infrastrutturale. Una risposta corale e multisettoriale. Per quanto riguarda il nostro comparto, quello del servizio idrico integrato, si discute molto delle perdite di rete. Che secondo i dati Arera sono sempre intorno al 40%, ma che grazie agli investimenti, aumentati da 1 a 4 miliardi l’anno negli ultimi 10 anni, sono avviate su un percorso di netto miglioramento, anche con le risorse del Pnrr. Faccio notare, però, che la siccità sta colpendo in modo particolare proprio i territori, come il Nord Ovest, in cui le perdite sono più basse. Le perdite di rete sono uno spreco economico e di tempo che va affrontato, ma va ricordato che gran parte dell'acqua rientra in falda.

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Che cosa possiamo fare allora?
Dobbiamo sfruttare una grande opportunità, che è quella del riuso delle acque depurate. Vengono prodotte 24 ore su 24, tutto l’anno. In tempi di siccità, come ora, queste acque servono ad alimentare fiumi come il Po, ma quando la stagione offre pioggia e neve, potremmo invece stoccarle, usando strutture esistenti o costruendone di nuove, per poi riutilizzarla. Come ripartire i costi di questo stoccaggio e trasporto deve deciderlo il policy maker, ma è una grande potenzialità.

Quanta acqua depurata produciamo e come potrebbe essere riutilizzata?
L’Italia ha deputatori di ottima qualità da cui fuoriescono circa 9 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno, ma se ne riusano solo 233 milioni (circa il 2,5%, ndr). Mentre sarebbe acqua preziosa per l’agricoltura.

Il presupposto è quindi la realizzazione di invasi, cioè bacini artificiali per lo stoccaggio?
Sono la risposta infrastrutturale al futuro, per trattenere l’acqua prima della sua discesa al mare. Con il riscaldamento climatico, se ci sono eventi siccitosi poi si intensificano le piogge, di cui una percentuale elevata finisce al mare prima di venire trattenuta e di bagnare il terreno.

Fin qui la risposta infrastrutturale in termini di riduzione delle perdite, riuso e stoccaggio. Collegato alla quale c'è però un problema di tempi burocratici di autorizzazione delle opere...
Bisogna accelerare drasticamente sul fronte del permitting. Spesso per impianti di depurazione o potabilizzazione, su un arco di 5 anni per la realizzazione, 2 anni e mezzo passano per avere la carte a posto.

E dal punto di vista della domanda di acqua? Le cifre dicono che siamo un paese di spreconi... 
Siamo un popolo di superconsumatori d’acqua, 215 litri per abitante al giorno, contro la media europea di 125 litri. E siamo i più grandi consumatori d’Europa di acqua in bottiglia. Ci sono margini per migliorare i nostri comportamenti.

Come si inserisce in questo scenario la dote del Recovery plan, gli investimenti del Pnrr?
A fronte di 4 miliardi di investimenti annui da parte delle aziende, il Pnrr arriva a 3,5-4 miliardi in 5 anni. Il Pnrr quindi è sicuramente utile come booster, ma può soprattutto avere un ruolo fondamentale nell’indirizzare le risorse verso i gestori industriali, che in media significano circa 60 euro di investimenti per abitante (la media europea è di 100), a fronte degli 8 euro medi dei territori dove il servizio è gestito direttamente dai Comuni. È questo il vero buco nero del sistema italiano. Non basta riparare i buchi, molto del lavoro da fare riguarda la digitalizzazione della rete, l'installazione di sensori, e in questo sono più efficienti le gestioni industriali.

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  • Fabio CarducciVice-caporedattore

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Inglese, francese, tedesco

    Argomenti: Politica e pensiero politico, politica economica, formazione professionale, giornalismo e media relations, digital media/tecnologia

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