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Siccità, vento e fiamme: California grande vittima del clima che cambia

I forti venti dall’interno degli Usa arroventano le temperature, la rete elettrica in crisi provoca scintille: «Alcune aree troppo pericolose per essere abitate»

di Elena Comelli

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Afp

I forti venti dall’interno degli Usa arroventano le temperature, la rete elettrica in crisi provoca scintille: «Alcune aree troppo pericolose per essere abitate»


4' di lettura

Gli scienziati l'avevano previsto. Con oltre 100 milioni di alberi rinsecchiti da anni di grave siccità, i boschi della California si sono trasformati in un vasto cimitero, nero e pericolosissimo. Pochi mesi fa, uno studio pubblicato sulla rivista BioScience aveva avvertito che gli alberi morti potrebbero produrre incendi su una scala e di un'intensità mai vista. Lo studio, diretto da Scott Stephens, professore di Fire Science a Berkeley, sostiene di non poter nemmeno calcolare i danni che gli incendi degli alberi morti potrebbero causare: la portata di questo inferno supera qualsiasi simulazione dei modelli correnti.

E il rischio di incendi aumenterà nei prossimi anni, man mano che gli alberi morti cadranno al suolo nelle foreste, formando cataste di legname simili a falò giganti. I forti venti autunnali (“Diablos” nel Nord e “Sana Anas” nel Sud), che scendono dalla Sierra Nevada sempre più violenti man mano che le temperature degli Stati centrali si arroventano, non avranno che da cogliere una scintilla vagante per accenderli. Con conseguenze devastanti, soprattutto per i bacini idrografici. Gli incendi estesi, infatti, riducono la capacità delle foreste d'incanalare l'acqua nei bacini che alimentano città come San Francisco o Los Angeles. Uno scenario che in parte si sta già verificando.

Normalità da climate change
Come hanno fatto in tante altre cose, dunque, i californiani ci precedono - muniti di maschere antigas e attrezzati con le valige sempre pronte - su una strada dove prima o poi anche il resto del mondo, dalla Svezia alla Siberia, è destinato a seguirli. Negli ultimi tre anni abbiamo visto sfilare a ogni autunno le immagini sempre più mortifere di queste prove generali di un pianeta surriscaldato: nel 2017 47 morti, 5.600 chilometri quadri devastati, comprese ampie aree di vigne distrutte, 10mila case bruciate, intere comunità sradicate; nel 2018 oltre 100 morti, 7.600 chilometri quadri bruciati, 17mila case, fra cui l'intera cittadina di Paradise, rase al suolo e l'operatore elettrico più grande della California, PG&E, in fallimento.

Quest'anno, aprendo Google Maps sulla California del Nord, si accende subito una fiammella di allarme targata “Kinkade Fire” e nelle comunità attorno a Santa Rosa, capitale della Wine Country, dove la gente ha appena finito di ricostruire casa, si rimettono le valige in macchina per scappare.

Le immagini che ci arrivano sono sempre più spettacolari: ieri il fuoco è riuscito a saltare oltre lo Stretto di Carquinez, in cima alla Baia di San Francisco, avvolgendo nel fumo nero il ponte sull'Interstate 80, gemello del Golden Gate sul lato interno della baia. Da lì in poi potrà scendere senza grandi ostacoli verso la fertile piana di Sacramento e i suoi bellissimi frutteti. Anche le aree che non bruciano risentono degli effetti degli incendi: PG&E ha tolto l'elettricità a milioni di persone, per evitare nuove scintille dai cavi strapazzati dal vento.

«Troppo pericolosa per abitarci»
È questa la nuova normalità con cui i californiani devono fare i conti e che sta trasformando il Golden State in un deserto invivibile. Il quotidiano locale, San Francisco Chronicle, l'ha insinuato ieri mattina, concludendo il suo resoconto dell'inferno con la seguente frase: gli incendi «intensificano i timori che parti della California siano diventate troppo pericolose per abitarci».

Un'ammissione che sembra quasi assurda. In realtà, non è una vera sorpresa. L'emergenza climatica sta rendendo off-limits molte aree del mondo: città asiatiche e mediorientali dove le temperature si spingono oltre i 50 gradi, a livelli intollerabili per il corpo umano; tutte le isole del Pacifico e le spiagge della Florida dove ad ogni alta marea l'acqua arriva in soggiorno; i villaggi artici che si spostano perché il mare erode la costa, con la scomparsa dei ghiacci.

Ma la California? Il Golden State ha sempre incarnato l'idea del paradiso del mondo, almeno finché Paradise non è bruciata l'estate scorsa. È qui, nelle verdi vallate definite da Woody Guthrie “pascoli dell'abbondanza”, che si rifugiarono i profughi in fuga negli anni del Dust Bowl. Sulla Sierra Nevada John Muir inventò la narrativa della natura selvaggia e con il Sierra Club, da lui fondato, è nato il moderno ambientalismo. Proprio le strutture ariose e informali delle case californiane, che derivano dall'estetica dell'immersione nella natura, nell'idillio suburbano tra i pini e gli eucalipti, sono quelle che stanno andando a fuoco in questi giorni.
Un idillio eroso nel tempo dall'industrializzazione delle pratiche agricole, dall'ondata del consumismo e dall'avidità delle grandi corporation, che hanno trasformato la Baia di San Francisco in un'immensa “gated community” per super-ricchi.

Lo Stato è in piena espansione, ormai è diventato la quinta economia del mondo, superando il Regno Unito, ma al tempo stesso crescono gli slum e le tendopoli di senzatetto che non riescono a pagare l'affitto. Ci vuol altro, però, per offuscare davvero l'immagine paradisiaca del Golden State. Ci vuole, forse, una potenza di fuoco grande quanto l'emergenza climatica, che stende un sottile strato di fuliggine sul mito californiano.

Nell'ultimo decennio, gli abitanti hanno sofferto le siccità più drammatiche della storia. La siccità si è alternata a piogge torrenziali record, che hanno trasformato le aree bruciate in enormi fiumi di fango, con vasti smottamenti e case travolte in tutto lo Stato, costringendo allo sgombero di altri villaggi. Insomma, chi è stato risparmiato dagli incendi poi rischia di restare travolto dal fango durante l'inverno. Una prospettiva che sta trasformando il mito del paradiso in un'anticipazione dell'inferno climatico.

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