Lo studio

Sicilia senza il Ponte sullo Stretto, ecco i costi

Lo studio

di Nino Amadore

4' di lettura

Il Ponte sullo Stretto o collegamento stabile tra Sicilia e Calabria che dir si voglia non si farà. Non ora e non con i fondi del Recovery Plan. Così sembra, a meno di sorprese dell’ultimo momento. Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili nel governo guidato da Mario Draghi, è stato abbastanza chiaro e sul tema si è spinto solo su un impegno: riferire in Parlamento quando avrà chiuso i lavori la commissione incaricata di approfondire il tema. Secondo alcune indiscrezioni la commissione avrebbe già completato i lavori e quindi il tema potrebbe approdare in aula quanto prima.

Detto questo sembra quasi scontato che (per il momento) la Sicilia sia destinata a mantenere la sua condizione di insularità senza alcun collegamento stabile con la Penisola. Ora, al di là del dibattito sull’opera in sé, c’è un aspetto non secondario in questa vicenda che riguarda i costi sostenuti da un territorio con quasi cinque milioni di abitanti non addebitabili direttamente alla mancanza del Ponte ma in buona parte figli della condizione dell’isola.

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Lo studio sui costi
E se fino a qualche tempo fa questo costo era teorico e buono solo per qualche dibattito pubblico. Ora quel costo è stato calcolato e dà la misura di quale sia lo svantaggio per imprese e cittadini siciliani. C’è un documento che fissa i costi dell’insularità che ammontano a 6,54 miliardi l’anno pari al 7,4% del Pil regionale. Il documento si intitola appunto “Stima dei costi dell’insularità della Sicilia” voluto dall’assessore all’Economia Gaetano Armao ed è stato curato dagli uffici della Regione siciliana con il supporto dell’istituto di ricerca Prometeia. Emerge, per esempio che «il gap della Sicilia in termini di maggiori costi di trasporto è particolarmente evidente, in quanto rappresenta la regione italiana con il costo medio più alto» sia in Italia che rispetto all’Europa a 28.

La stima dei costi è stata fatta dal’Istituto Bruno Leoni che ha applicato al caso siciliano un modello econometrico già sperimentato per la Sardegna, tenendo conto di alcune variabili. La prima di queste variabili è la distanza dalla Penisola sulla base di una stima di 11,6 euro di perdita di Pil pro capite per chilometro di distanza: «Moltiplicando la perdita del Pil pro capite per la media delle distanze di Palermo-Reggio Calabria e Catania-Reggio Calabria (pari a 183 chilometri) – si legge nello studio – si ottiene una perdita del Pil pro capite pari a 2.123 euro. In termini di Pil complessivo si ottiene un valore pari a 10,6 miliardi pari all’11,9% del Pil».

La perdita del Pil
Un altro criterio utilizzato dai ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni è il cosiddetto «modello variante» che comprende due nuove variabili che servono a completare il quadro relativo all’accessibilità e alle competenze di un territorio: porti e tasso di istruzione terziaria. Per la Sicilia il modello variante ottiene una perdita del Pil pro capite pari a 1.308 euro, (calcolata sempre dalla stima della perdita di Pil pro capite per chilometro di distanza, ovvero 7,15 moltiplicata per la media delle distanze di Palermo-Reggio Calabria e Catania-Reggio Calabria pari a 183 chilometri). Il costo dell’insularità per la Sicilia si colloca nella forbice tra 600-1.990 euro pro capite.In termini di Pil complessivo è possibile stimare il costo annuale dell’insularità per la Sicilia in circa 6,5 miliardi pari al 7,4 per cento del Pil»

I maggiori costi di trasporto
Il gap della Sicilia in termini di maggiori costi di trasporto la rende la regione italiana con l’indice più elevato. Infatti, in base alla media semplice, l’indice dei costi di trasporto della Sicilia è superiore a quello medio italiano del 50,7% ed è superiore a quello del Sud del 29,8 per cento. Inoltre, se si tiene conto anche della dimensione economica delle regioni di destinazione, gli indici dei costi di trasporto delle regioni italiane si modificano in maniera significativa, riducendosi per le regioni del Nord Ovest (-10,5 %), per quelle del Nord Est (-6,4%) e per quelle del Centro (-4,3%). Le regioni del Sud evidenziano una riduzione dei costi di trasporto medi modesta che peraltro maschera il lieve aumento dell'indice per Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia che sono le regioni che hanno la minore accessibilità ai mercati italiani ed europei. Per la Sicilia, utilizzando la media pesata con il Pil, il gap nei costi di trasporto raggiunge il 58,8% rispetto alla media nazionale ed il 31,9% rispetto al Sud ».

La riduzione dei prezzi
Altro tema è quello della riduzione dei prezzi innescata dalla riduzione una tantum dei costi di trasporto. I ricercatori del Bruno Leoni hanno utilizzato un modello applicato a un periodo che va dal 2010 al 2016: «La riduzione dei prezzi e dei costi ha un effetto importante sulle esportazioni internazionali di beni che a fine periodo aumentano dell’8,1% rispetto allo scenario base – spiegano –. Aumentano anche in termini reali i consumi delle famiglie (+2,4%) e le spese per consumi finali (+1,1%) che reagiscono sia alla riduzione dei prezzi sia all'aumento del reddito disponibile delle famiglie (+8,9% in termini reali). Il Pil aumenta fino a raggiungere un incremento del 6,8% rispetto allo scenario base, mentre gli occupati aumentano del 2,8 % dopo 7 anni». Secondo questa procedura, l’effetto positivo di una riduzione tale da equiparare i costi di trasporto della Sicilia a quelli medi del Mezzogiorno un aumento del Pil complessivo regionale (2018) pari al 6,8%, quantificabile in circa 6,04 miliardi l’anno.

Intanto la legge di Bilancio per il 2021 all’art. 1, comma 690, ha stabilito che entro il 30 giugno 2021 la Commissione paritetica per l’attuazione dello Statuto della Regione siciliana debba elaborare «stime economiche e finanziarie sulla condizione di insularità » della Sicilia». Una innovazione di assoluto rilievo nella storia dei rapporti tra l’Isola e lo Stato centrale che non potrà non avere ricadute negli anni a venire. Almeno questo è l’obiettivo di chi quella norma l’ha portata in parlamento. «Una previsione che è apparentemente ricognitiva ma che è destinata ad avere rilevanti effetti sul negoziato finanziario tra Stato e Regione Siciliana – dice Gaetano Armao –. La valutazione cui si giungerà non potrà essere disattesa».

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