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Sicurezza alimentare, perché la Ue deve fare di più per la qualità e il consumatore

di Antonino Vaccaro

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Un allevamento di latte biologico a Saint-Colomban in Francia

3' di lettura

Il settore alimentare, com’è facile immaginare, rappresenta una risorsa chiave della comunità europea sotto il profilo economico, sociale e culturale. Con un turnover stimato di 1.109 miliardi di euro all’anno, questo mercato rappresenta a livello comunitario l’industria con più occupati, ben 4,57 milioni, e una filiera complessiva costituita da 294mila imprese.
Forse non sarebbe necessario sottolinearlo: l’importanza strategica del settore va ben al di là dell’aspetto economico. Il cibo è cultura, elemento tangibile di tradizioni millenarie che vanno preservate. Ma il cibo è anche un elemento chiave della nostra salute. Quest’ultimo punto è oggetto di frequente discussione, spesso ricca di retorica, a livello comunitario e non solo.

I risultati di un progetto condotto dal nostro Center for business in society, sulla sicurezza alimentare nell’Unione europea mostrano però come siano tanti, davvero tanti, i margini di miglioramento e progresso.
In una prima fase del progetto abbiamo analizzato i dati disponibili presso il portale Rasff (Rapid alert system for food and feed), il network istituito dalla Commissione europea che coinvolge tutti i Paesi dell’Unione, la Svizzera, l’Islanda ed il Liechtenstein. Le notifiche sul portale Rasff riportano «rischi identificati nel cibo, mangimi e materiale a contatto con il cibo» all’interno o ai confini di un Paese parte del network.

I dati disponibili forniscono una panoramica di estrema eterogeneità all’interno dell’Unione europea. In questo contesto l’Italia si dimostra un leader virtuoso per i controlli e la tutela del consumatore. Di questo dobbiamo sentitamente ringraziare le istituzioni principalmente coinvolte ovvero il ministero della Salute, l’Ispettorato centrale repressione frodi, il comando Carabinieri per la tutela della salute e la Guardia di Finanza. Nel 2017 l’Italia è stato il Paese che ha inoltrato in totale 1.491 notifiche su derrate alimentari provenienti dall’estero, raggiungendo il record europeo.

Uno sguardo dettagliato dei dati nel periodo più recente ci permette di fare un’osservazione importante riguardo la qualità delle esportazioni dei Paesi membri. È evidente che gli standard qualitativi variano significativamente in funzione del Paese di origine.
Svolgendo un’analisi che controlla per il valore delle esportazioni è evidente per esempio che la Spagna è un Paese europeo estremamente problematico con un numero di segnalazioni nel portale Rasff che raddoppia i valori francesi e italiani. Per dirlo in altri termini, la probabilità che un cibo proveniente dalla Spagna abbia gravi problemi di qualità è circa doppia rispetto a quello della Francia e dell’Italia.

Per capire i fattori che spiegano tali differenze abbiamo intervistato, nella seconda parte del nostro progetto, manager del settore, ufficiali di polizia specializzata nella sicurezza alimentare e altri esperti attivi nel settore. Tre sono gli elementi critici del sistema europeo che sono emersi da tali interviste.

Il primo riguarda la tracciabilità degli alimenti. Secondo molti specialisti la legislazione europea è assai problematica. Mentre per alcuni alimenti l’indicazione di origine è obbligatoria, per altri (quali latte, latticini e prodotti a base di singoli ingredienti) non lo è. In questo contesto la Coldiretti sta investendo significative risorse istituzionali per migliorare la normativa europea, incontrando, purtroppo, resistenze di altri Paesi della Ue.

Il secondo problema riguarda i controlli a livello nazionale. Un singolo Stato può avere interesse a mantenere bassi standard qualitativi, per esempio per sostenere l’industria o l’agricoltura nazionale. Tali comportamenti danneggiano ovviamente tutto il sistema comunitario a scapito della qualità del cibo e della salute dei consumatori. Dalle interviste è emerso per esempio che una parte del problema spagnolo potrebbe essere legato alle importazioni di derrate alimentari dal Nord Africa che poi vengono rivendute come prodotti iberici nel resto d’Europa.

Il terzo problema riguarda il ruolo della grande distribuzione organizzata che si focalizza sul prezzo di acquisto a danno della qualità dei prodotti e della sostenibilità dei produttori italiani che puntano sulla qualità. Val la pena citare l’estratto di un’intervista a un imprenditore agricolo del Sud Italia: «Se la grande distribuzione chiede solo prezzi bassi e qualità minima... è ovvio che tutto questo andrà a discapito dei consumatori e dei produttori italiani che puntano sulla qualità».

(Associate professor of Business ethics and academic director of the Center for business in society, IESE Business School)

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