Opinioni

Sicurezza e diplomazia per una Unione più solida

Le crescenti tensioni internazionali richiedono una strategia, non tatticismi

di Valerio Castronovo

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(AFP)

Le crescenti tensioni internazionali richiedono una strategia, non tatticismi


3' di lettura

L’accordo sul Recovery Fund raggiunto il 21 luglio scorso, grazie alla svolta decisiva impressa dalla Germania di Angela Merkel di concerto con la Francia di Emmanuel Macron, e sfociato in quell’embrione di debito comune che è valso infine a rimuovere un vecchio tabù che sembrava insuperabile, è stato salutato pressoché unanimamente alla stregua di una pietra miliare da cui partire per la costruzione di un’effettiva comunità politica europea. A tal fine, tuttavia, non è emerso finora, né appare in vista, alcun segnale concreto su una convergenza d’intenti anche in tema di politica estera e della sicurezza, che pur è un muro maestro indispensabile per la realizzazione di un’autentica compagine con una propria specifica identità politico-istituzionale.

D’altro canto, è stata soprattutto l’esigenza eccezionale di tamponare gli effetti disastrosi di un evento pandemico come il Covid-19 a imporre il varo di un piano straordinario a carattere collegiale che scongiurasse il pericolo di una frana micidiale dell’economia europea. Ma sono rimaste in campo due linee sismiche di frattura precedenti sulla governance della Ue: da un lato, quella fra i Paesi “amici della coesione” e i Paesi cosiddetti “frugali”; dall’altro, la spaccatura venutasi a creare con i governi dei Paesi centrorientali del gruppo di Visegrad, in quanto arroccati su posizioni in contrasto con lo stato di diritto e alcuni princìpi fondanti della causa europeista. Ed è noto, ad ogni modo, come tanto la maggior parte dei governi nordici che quelli dell’Est considerano da sempre la Ue soprattutto come un mercato unico, di cui far parte per certi suoi tangibili benefici o per determinate possibilità di dumping fiscale, e non già come un potenziale soggetto politico.

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In questo contesto si spiega perché alcuni tentativi di dar vita a un indirizzo omogeneo in politica estera e a un robusto sistema comune di sicurezza abbiano conseguito ben pochi risultati concreti. Di fatto, sebbene figuri nell’ambito della Commissione di Bruxelles un rappresentante della Ue per gli Affari esteri, non si è giunti a concertare una strategia solidale in proposito e i singoli governi hanno seguitato a condurre una propria azione diplomatica, a seconda delle evenienze e dei loro particolari interessi nazionali. Inoltre è restato sulla carta il progetto di Parigi per l’istituzione di una “cabina di regia” per il coordinamento delle forze militari dei Paesi Ue, pur nel quadro del Patto Atlantico, che servisse anche ad arginare sia le richieste perentorie del presidente americano Trump su un aumento dei contributi finanziari dei partner europei al budget della Nato, sia la propensione di Varsavia e di altre capitali dell’Est a fare affidamento soprattutto sul Pentagono, quale antidoto a una risorgente vocazione egemonica della Russia di Putin tra l’area del Baltico e la penisola balcanica. Quell’iniziativa assunta da Macron venne infatti giudicata per lo più come una sortita dovuta all’ambizione dell’Eliseo, ereditata dai tempi di De Gaulle, di esercitare un ruolo-guida anche sul versante della sicurezza, dopo che la Francia in seguito alla Brexit, era rimasta nella Ue l’unica potenza dotata di un armamento nucleare e di collaudati servizi di intelligence.

Sta di fatto che, la Ue si trova oggi priva sia di una propria politica estera efficace e coerente, al di là dei suoi tradizionali appelli per la pace e il rispetto dei princìpi della Carta dell’Onu, sia di un saldo sistema integrato nel campo della difesa e della sicurezza, essendo prevalsa recentemente in sede comunitaria la decisione di ridurre sensibilmente gli investimenti dello European Defence Fund. E ciò proprio quando, in uno scenario internazionale denso di crescenti tensioni, non è più tempo per l’Europa di continuare a starsene alla finestra agendo solo di sponda e non senza ambigui tatticismi, bensì di impegnarsi responsabilmente e attivamente per disinnescare il rischio di un ulteriore inasprimento della “guerra fredda” commerciale e cybernetica fra Usa e Cina, nonché a prevenire il pericolo di una spirale perversa fra un rigurgito del terrorismo jihadista e una riesplosione di conflittualità dal Medio Oriente all’Africa nord occidentale.

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