PAESAGGI

Silenzio, parla la neve

Daniele Zovi dà voce al bianco raccontando passeggiate sulle orme dei cervi, ghiacciai eterni, foreste, valanghe e lo sfregio ambientale di oggi

di Maria Luisa Colledani

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Daniele Zovi dà voce al bianco raccontando passeggiate sulle orme dei cervi, ghiacciai eterni, foreste, valanghe e lo sfregio ambientale di oggi


4' di lettura

La neve è discreta e maestosa. Parla, sussurra appena, cerca di farsi sentire e l’ Autobiografia della neve di Daniele Zovi è quasi un vocabolario “nevese”-italiano ancora più sapido in questi giorni con l’arco alpino splendente nel suo mantello invernale. L’autore, già dirigente per trent’anni del Corpo Forestale dello Stato, dà voce al bianco, raccontando le sue storie e quelle della neve. E parte da un’osservazione: «la neve e il ghiaccio ci accusano soprattutto con la loro assenza. I numeri dei disastri che abbiamo provocato e la quasi totale incapacità di correggere i nostri comportamenti ci mostrano una situazione ormai irreversibile».

Interpretare i segni della neve

I grandi mali di nostra madre Terra sono pane quotidiano e la spinta per Zovi a farsi interprete della neve, nella sua essenza, che è la magia bianca e anche il futuro del mondo. Daniele, nato nel 1952 sull’Altopiano di Asiago, sotto più di un metro di neve, ha affinato il suo senso per la neve: inverni rigidi in cui il prete diceva «con espressione di anatema: “Quando entri in chiesa ricordati di non mettere la mano nuda sulla maniglia ghiacciata: la pelle ti si incollerebbe come a un ferro arroventato”» e lunghe ore ad osservare i cristalli di neve. Il sogno di ogni bimbo nasce proprio in quella forma perfetta che già aveva incuriosito Keplero e Cartesio. I Giapponesi catalogano 3mila esemplari di cristalli, noi europei solo dieci ma poco cambia: i cristalli con la loro forma esagonale perfetta hanno sei braccia e sono tutti diversi ma si creano grazie a un’unica condizione, che ci sia del pulviscolo. Così, nelle nuvole, a una temperatura di -12°C, avviene la magia ma, senza un nucleo di polvere, vedremmo nevicare solo a -45°C. Poi, dopo il viaggio attraverso le nubi, i cristalli cadono verso terra e, legandosi fra loro, creano i fiocchi, catturando aria in quantità che attutisce i rumori. Eccolo il silenzio bianco: «Ce l’ho nel cuore: è uno spazio di pace, silenzio e meraviglia. Un dono di bellezza, una promessa di felicità».

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C’è la voce della neve, ci sono gli animali con le loro strategie di sopravvivenza e ricordi preziosi: il libro di Zovi è un saggio narrativo in cui vita e divulgazione si fondono, si scompongono, ricompongono e trovano vie di poesia. Come nelle pagine di lontane nevicate, di passeggiate immortali con Mario Rigoni Stern, a caccia delle orme dei cervi nel Tarvisiano: «Loro, noi, siamo tutti bestie», disse con occhi buoni il Sergente nella neve.

Tutti i nomi della neve

Il cielo si fa piatto e plumbeo: sta per nevicare e i lemmi paiono non bastare mai perché sull’Altopiano, già terra dei Cimbri, serve un vocabolario solo per sua maestà la neve, quasi fosse una persona. Brüskanna è la neve di novembre che non attacca; spoibalan quella che, secondo il nonno, tocca terra ed è come uno sputo. La snea attacca e, se a febbraio gela, spezza i rami trasformando il bosco in un ululato. La neve di marzo è swalbalasnea, quella di aprile la kukkasnea col cuculo. A maggio con la quaglia arriva la bachtalasnea e a giugno la kuasnea, la neve della vacca, una rarità da due volte in un secolo perché, conclude Zovi, «penso che tutto questo ricercare appellativi dettagliati, dentro al desiderio di descriverla minuziosamente e, se vogliamo, poeticamente, sia una questione d’amore».

In questo fiorire di attenzioni, c’è anche la grande contraddizione dell’uomo. Alla ricerca della neve sì, ma non andando molto lontano dalla stufa. Eppure, il richiamo della foresta è nel nostro Dna: piste da assaporare, crinali scoscesi, il profilo nero degli abeti, il palpito della luna, i resti di un fucile della Grande Guerra fra le macerie di qualche rifugio, con il cellulare scarico e «il silenzio che sembra inghiottire lo spazio e le ore che scorrono».

Effetti da climate change

L’altra faccia della neve è nera: sono il fantasma delle valanghe. Quelle che partono magari solo per uno scialpinista di passaggio. I lastroni si staccano e l’irreparabile travolge tutto. Anche contro le valanghe la Serenissima di Venezia si era adoperata: aveva legiferato sulle modalità di corretto sfruttamento dei boschi, sia come indispensabile fonte di approvvigionamento di legname, sia per tutelare il territorio, e nel 1608 il Consiglio dei Dieci aveva acquisito tre tavole di Iseppo Paulini, autore di un manuale illustrato per mostrare come tagliare le piante per evitare le frane.

Tanta cura secoli fa e oggi lo sfregio. Zovi ha percorso sentieri in alta quota e ghiacciai eterni. In Bolivia, la pista più alta del mondo che porta al ghiacciaio di Chacaltaya è scomparsa: «è stato un pugno nello stomaco; ho avuto la consapevolezza, confrontando le immagini, che qualcosa si è rotto, che abbiamo contribuito in pochi decenni a sconvolgere equilibri millenari». Negli ultimi 120 anni, la Marmolada si è ridotta a un terzo. Ora la neve non parla più, urla il suo dolore e quello del mondo, eppure basterebbe applicare i protocolli già firmati. Le temperature che si innalzano di anno in anno sono in grado di causare la tempesta Vaia che, nell’ottobre 2018, ha abbattuto con raffiche a 200 km/h 14 milioni di piante in 20 minuti fra Dolomiti e Prealpi Venete. Sotto la Serenissima mai nessun cronista ha dovuto render conto di simili ferite. Ora parlano la memoria dei ghiacciai e l’assenza di neve: «mi hanno sempre attratto le esperienze che comportano l’assenza. L’assenza è ben diversa dal vuoto e mi piace perché ha il potere di rendere preziose cose a cui prima non si era data importanza». Già, la neve, credevamo fosse solo l’incanto dei nostri occhi bambini, e invece, ce lo ricorda il poeta Vladimir Majakovskij, «mai potrai smettere di amare la terra con cui hai condiviso il freddo».

Autobiografia della neve

Daniele Zovi

Utet, Milano, pagg. 256, € 18

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