responsabilità tecnologica

Silicon Valley, ora anche il cloud e la AI hanno un'etica

dal nostro inviato Alberto Magnani

4' di lettura

San Francisco - Al VMWorld, un evento su cloud e intelligenza artificiale in corso a San Francisco, ingegneri del software e sviluppatori si accalcano fuori dai seminari distribuiti nei cinque giorni dell'evento. Il panel medio è inavvicinabile a un pubblico di profani, visto che la scaletta va dalla «microsegmentazione» delle reti ai sistemi sicurezza avanzati nell'internet of things.

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Ce n'è uno che fa eccezione, almeno rispetto agli standard: «responsible tech», la tecnologia responsabile. Una discussione aperta per «familiarizzare con la natura e l'importanza dell'etica nella tecnologia», applicando i principi della filosofia morale a cloud, Big Data e virtualizzazione. Jason Millar, un esperto di etica dell’informatica all'Università di Ottawa, tiene il palco a fianco di manager di VMware, Salesforce e altri colossi It statunitensi ospiti all'evento. Fino a qualche anno fa la sua presenza sarebbe sembrata bizzarra, o comunque tutt'altro che attraente per una platea che paga biglietti da oltre 2mila dollari per seminari su virtualizzazione delle telecomunicazioni e al cloud computing. Oggi non lo è.

Dopo gli anni della corsa all'oro, gli scandali che hanno travolto colossi come Facebook e Google stanno costringendo la Silicon Valley a rispolverare (o scoprire del tutto) una visione etica della propria industria. In parte per ridurre il rischio di nuovi scivoloni a livello legale, complici le strette regolatorie inaugurate nel mercato della Ue e in via di emulazione negli Stati Uniti. In parte per una ragione ancora più prosaica, la sostenibilità economica. Quasi tutti i segmenti del business immateriale della Silicon Valley, dal cloud ai social media, si reggono sulla fiducia di utenti e investitori. Senza, il modello rischia di mostrare qualche crepatura di troppo. Si parla comunque di giganti con fatturati miliardari e di un hub tecnologico che mantiene intatta la sua centralità, nonostante i vari allarmi sulla crisi del modello californiano. Ma i primi scricchiolii si iniziano a sentire.

I dubbi etici della Silicon Valley
Il panel di Vmware è tutt'altro che pionieristico. È da anni che la Silicon Valley si interroga, o viene interrogata, sui confini etici del suo business. Gli annunci si sono trasformati in iniziative aziendali, complice il clima di maggior pressione innescato da una concatenazione di fattori. Traumi come il datagate, lo scandalo sull'uso improprio di dati veicolato da Facebook, hanno aumentato la sensibilità degli utenti (e delle authority) sulla tutela delle informazioni che cediamo ai colossi del Web. L'Unione europea ha inaugurato nel 2018 il general data protection regulation, per tutti Gdpr, un impianto regolatorio che costringe le multinazionali Usa a ridimensionare le proprie ingerenze nella privacy degli utenti.

Più in generale, la fascinazione collettiva per la Silicon Valley e le sue frontiere si è trasformata nello scetticismo per un modello accusato di creare valore solo per i suoi azionisti. Uno dei segmenti più sensibili è l'intelligenza artificiale, per sua natura costretta ad “abbeverarsi” di un quantitativo enorme di dati dei propri utenti e tentare di monetizzarli nei propri servizi. Lo stesso vale per il cloud, intersecato con la stessa artificial intelligence e incardinato sull'immagazzinamento di informazioni di clienti singoli e aziendali, con tutte le conseguenze morali (e pratiche) del caso: rispettare la privacy e tutelare i dati da intrusioni esterne o interne, visto che l'utilizzo improprio delle informazioni è una minaccia che può nascere tranquillamente dalla stessa azienda. Per non parlare neppure delle incognite sul mercato del lavoro, l'automazione e il destino dei dipendenti rimpiazzabili da un robot.

I colossi locali stanno cercando di adeguarsi, con varie fortune. Alphabet, la holding che controlla Google, è riuscita a fondare e dissolvere in brevissimo tempo un «board etico» che accorpava accademici e policymaker per il monitoraggio delle sue attività nell'intelligenza artificiale. Microsoft, il colosso di Redmond rinato dopo la conversione del suo core business sul cloud, ha lanciato nel 2018 Ai and Ethics in engineering and research (Aether), una commissione che dovrebbe valutare «i benefici per la società» delle tecnologie sviluppate dal gruppo. Facebook, oltre ai vari «cambi di rotta» annunciati dl suo fondatore Mark Zuckerberg, ha messo sul piatto 7,5 milioni di dollari per finanziare AI ethics institute dell'Università di Monaco. Come sempre, bisognerebbe capire quanto l'impegno teorico coincida o diverga dalle pratiche. I «training etici» di ingegneri e dipendenti non possono avere effetti immediati sulla gestione di colossi quotati, a meno che il cambio di rotta non parta dai top manager. Ed è anche questo il caso.

Il manager: stiamo cercando di capire il nostro ruolo
Ray O'Farrell, irlandese, ha ricoperto per cinque anni il ruolo di chief technology officer a VMware. Ora si sposterà alla guida della divisione che si occupa di applicazioni native per il cloud. Era anche lui sul palco a parlare delle ripercussioni etiche dei sistemi di elaborazione e trasmissioni dati, e non in modo ornamentale. «Penso semplicemente che l'industria stia rivedendo il suo ruolo e gli utilizzo effettivi della tecnologia – spiega – C'è un senso emergente di “responsabilità tecnologica, ma c'è un problema: bisogna capire come e quanto si può agire davvero per il bene, e farlo comprendere ai nostri dipendenti». Il concetto di «bene» suona anche più astratto, nel mezzo di un summit dove non può che dominare la concretezza.

Il pubblico del VMworld ha pure apprezzato i richiami del Ceo Pat Gelsinger sulla responsabilità tecnologica, ma il cuore dell'evento era altrove: partnership aziendali, nuove strategie di sviluppo sulla intelligenza artificiale e l'edge computing, oltre alle varie novità di prodotto che smuovono davvero i fondamenti dell'industria di settore. Solo il business del cloud computing dovrebbe arrivare a valere oltre 400 miliardi di dollari nel 2020, secondo una stima del portale Statista. Il solo segmento dei chip per l'intelligenza artificiale dovrebbe valere circa 91 miliardi di dollari entro il 2025, secondo un report della società di ricerca Research&Markets, senza neppure considerare gli investimenti messi sul piatto dai vari colossi californiani per mantenere il ritmo con la concorrenza.

Le varie Google, Microsoft, Amazon e Facebook si sono rialzate puntualmente dagli incidenti di immagine provocati da multe (soprattutto in arrivo dalla Ue) e la scoperta di pratiche illecite. Gli affari vanno bene, forse l'etica può attendere.

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