La politica

Silvio Berlusconi morto, con lui se ne va un pezzo d’Italia: nessun erede all’orizzonte

Alla fine ha dovuto arrendersi. Ha imposto un cambiamento radicale nel rapporto con la politica

di Barbara Fiammeri

I 17 anni di Berlusconi a Palazzo Chigi

7' di lettura

L’ultima soddisfazione politica Silvio Berlusconi se l’è presa il 13 ottobre scorso, giorno del suo ritorno nell’Aula del Senato da cui era stato espulso 10 anni prima. Un rientro che paradossalmente, a posteriori, è destinato a rappresentare anche la conclusione dell’epopea politica berlusconiana cominciata il 26 gennaio 1994, con il famoso discorso in cui annunciava la sua “discesa in campo”.

L’appendice di questi 8 mesi, gli scontri per la formazione del governo prima, le guerre intestine dentro Forza Italia restano per ora sullo sfondo, sfocati. La morte di Berlusconi travalica infatti la cronaca politica di parte assumendo una dimensione nazionale. In questi 30 anni il protagonismo del Cavaliere ha segnato profondamente non solo la politica e il rapporto tra gli italiani e chi li rappresenta ma la società, la cultura.

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C’è un prima e un dopo Berlusconi per tutti. Per questo più di qualcuno ha parlato di una vera e propria rivoluzione. Prima di Berlusconi a contare erano stati i partiti: la Dc, il Pci, il Psi ma anche repubblicani, liberali eccetera. Il concetto di leadership, la stessa definizione di leader raramente veniva utilizzata anche nelle cronache giornalistiche. Con Berlusconi invece il leader diventa assoluto protagonista e il partito da lui stesso fondato - Forza Italia - ne diviene una sua diretta espressione, governato come un’azienda. Non a caso tra i parlamentari azzurri massiccia è stata la presenza di dirigenti Mediaset.

Molti saranno poi ad imitarlo. Tant’è che abitualmente ormai parliamo della “Lega di Salvini”, del M5s prima di Grillo e ora di Conte, del Pd di Renzi e oggi di quello di Schlein e ovviamente dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

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La discesa in campo

La decisione di scendere in campo arriva contestualmente alla fine della prima Repubblica. Fino ad allora il Cavaliere, titolo che gli venne conferito nel 1977, si era limitato ad offrire il suo sostegno al socialista Bettino Craxi (testimone alle sue nozze con Veronica Lario e padrino della figlia Barbara). Con il pentapartito travolto da Tangentopoli, Berlusconi si convince di doversi impegnare in prima persona. Il primo atto politico arriva nel novembre del ‘93 quando a sorpresa dichiara che se fosse stato residente a Roma avrebbe sostenuto come sindaco Gianfranco Fini, allora ancora segretario del Movimento sociale italiano, contro il candidato della sinistra Francesco Rutelli. Fino a quel momento nessuno si era impegnato pubblicamente a favore di un partito che non rientrava nel cosiddetto Arco costituzionale. E certo mai Berlusconi avrebbe pensato che un giorno la leadership del centrodestra sarebbe stata conquistata proprio da un’erede di quello stesso partito, dall’allora diciasettenne Giorgia Meloni a cui 30 anni dopo verranno consegnate le chiavi di Palazzo Chigi.

«L’Italia è il Paese che amo»

“L’Italia è il Paese che amo”: è il famoso incipit del discorso con cui il 26 gennaio del 1994 il fondatore di Forza Italia annuncia ufficialmente il suo ingresso nell’agone politico davanti a una telecamera. Il partito è pronto. Berlusconi cambia tutto: linguaggio, approccio. Le sezioni sono sostituite dai Club; introduce un dresscode e corsi di formazione “televisiva”per chi ha dei ruoli politici. I suoi interventi sono veri e propri show. Nel faccia a faccia alla vigilia delle elezioni del 1994 con Achille Occhetto, segretario dell’allora Pds, Berlusconi mostra tutta la sua capacità e conoscenza del mezzo televisivo. I suoi avversari ci scherzano, i sondaggisti lo sottovalutano ma intanto il Cavaliere stende la sua rete alleandosi con il leader della Lega Umberto Bossi per vincere al Nord e con Fini e una parte di ex Dc per conquistare il Sud.

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Unisce il diavolo e l’acquasanta e arriva a palazzo Chigi

Riesce a mettere assieme secessionisti e nazionalisti, il diavolo e l’acquasanta, facendosi – come rivendica – “concavo e convesso”. La scelta sarà vincente e lo porterà direttamente a Palazzo Chigi. Effetto anche questo non scontato. Per Costituzione l’incarico di presidente del Consiglio veniva affidato dal Capo dello Stato dopo la consultazione dei partiti perché rientrava nel negoziato per la formazione della maggioranza di governo. Dopo l’arrivo di Berlusconi non è più così. Che il leader di Fi sarebbe stato il Premier in caso di vittoria era dato per scontato. E così avverrà anche quando a vincere sarà il suo avversario, il leader dell’Ulivo e poi dell’Unione, Romano Prodi, oppure da ultimo Giorgia Meloni. Un cambiamento drastico per un Paese che doveva solitamente attendere settimane dallo scrutinio per conoscere il nome del premier e delle forze politiche che avrebbero dato vita al Governo. Ragionamento che non si applica ai governi tecnici di emergenza, vedi Monti e da ultimo Draghi, o quelli nati da maggioranze spurie: dalle grandi intese guidate dal dem Enrico Letta assieme proprio a Forza Italia, al patto giallo-verde tra Lega e M5s con cui si aprì la scorsa legislatura affidando la guida dell’esecutivo all'allora sconosciuto Giuseppe Conte.

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L’avviso di garanzia al G7 di Napoli e la rottura con Bossi

Il Berlusconi I come sappiamo però avrà vita breve. E non tanto e non solo per quell’avviso di garanzia recapitatogli durante il G7 di Napoli, quanto per la rottura con Bossi: «Signor presidente la Lega la manda a casa!». L’ex premier sperimentò così il passaggio all’opposizione dove resterà fino alle politiche del 2001. Quando darà vita alla nuova alleanza con il Senatur e Fini nella Casa delle Libertà, presentando a Porta a porta il “contratto con gli italiani” che lo porterà a stravincere le elezioni, guidando il Governo più longevo della storia repubblicana. Sono questi gli anni della Bossi-Fini sull'immigrazione, della riforma costituzionale nota come Devolution (bocciata poi dal referendum), delle leggi sulla giustizia “ad personam”. Ma anche del forte sodalizio con il presidente statunitense George Bush, post 11 settembre, e con il presidente russo Vladimir Putin che riunì assieme il 28 maggio del 2002 a Pratica di Mare.

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Lancia il Popolo della libertà, il partito dei moderati

Alle elezioni del 2006 verrà sconfitto, sia pure per soli 24mila voti. Un paio d'anni dopo è però di nuovo a Palazzo Chigi. Il 2008 segna la nascita vera e propria del bipolarismo. Walter Veltroni a ottobre dell’anno prima aveva tenuto a battesimo il Partito democratico, cancellando Ds e Margherita. Berlusconi capisce che è giunta l’ora di realizzare il suo vecchio pallino: dar vita al grande partito dei moderati, che includa le varie anime del centrodestra. Esattamente un mese dopo, il 18 novembre, il Cavaliere, dal predellino della sua auto in piazza San Babila a Milano, annuncia la fine di Forza Italia e la nascita del Popolo della Libertà, il Pdl, dove confluirà anche Gianfranco Fini con Alleanza nazionale (non invece l’Udc di Pier Ferdinando Casini).

Le inchieste e la rottura con Fini

Le elezioni che seguirono furono un trionfo. Il Pdl sbancò ovunque. Nel frattempo però le inchieste giudiziarie che lo coinvolgono si fanno sempre più numerose così come le cronache sulle sue frequentazioni con giovani ragazze. Anche questo non era mai successo prima. Tutto si mescola. Le cene ad Arcore vengono etichettate come quelle del “bunga bunga” in tutto il mondo e scoppia il caso Ruby nel quale viene coinvolto anche il Parlamento. Ma soprattutto si fa sentire il peso della crisi economica che esplode nel 2010, contestualmente alla rottura con Gianfranco Fini deflagrata dal “che fai mi cacci?!” pronunciato dall’ex leader di An.

L’espulsione dal Senato

Il 12 novembre 2011 è il suo ultimo giorno da premier, la fine di un’era ma non del leader politico. Quando verrà espulso nel 2013 dal Senato per la condanna definitiva in Cassazione per frode fiscale che gli impedirà di candidarsi nei 5 anni successivi, ai sostenitori riuniti davanti alla residenza romana promette: «Non ci ritireremo in qualche convento, noi stiamo qui, restiamo qui».

E infatti, nonostante i processi che lo inseguono e i ricoveri al San Raffaele che si moltiplicano, resta comunque protagonista delle successive e principali vicende politiche. Nel 2014 sigla con Matteo Renzi “il Patto del Nazareno” che andrà poi in frantumi in occasione della prima elezione di Sergio Mattarella.

Il sorpasso della Lega

Sono anni difficili per l’ex premier. Anche la salute vacilla. Nel giugno del 2016 viene operato a cuore aperto. Nel frattempo ha detto addio al Pdl e resuscitato Forza Italia. Alle politiche del 2018 il sorpasso della Lega sugli azzurri decreta ufficialmente la fine della leadership del Cavaliere e l’avvento di quella di Matteo Salvini che ha cancellato il Nord dal simbolo e punta ad estendersi al Sud fagocitando l’alleato. In quel momento Giorgia Meloni con Fdi si barcamena attorno al 4 per cento. I ricoveri al San Raffaele si fanno frequenti.

Vince la battaglia contro il Covid

Berlusconi viene sempre meno a Roma. Nel 2020 lo colpisce duramente il Covid. Ne esce ancora una volta. E ancora una volta non rinuncia alla politica. Si spende per il sostegno a Mario Draghi e torna intanto a rilanciare il partito unico. Stavolta con Salvini per contrastare l’ascesa di Meloni che nel frattempo ha preso il largo. Tutti i sondaggi confermano l’avanzata impetuosa di Fdi che verrà certificata dal voto del 25 settembre scorso.

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Nessun erede all’orizzonte

Berlusconi se ne fa una ragione. La vittoria elettorale del centrodestra sancisce i nuovi equilibri nella coalizione. Il Cavaliere prova qualche azione di forza durante la formazione del Governo e prima ancora in occasione dell’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato. Ad alimentare la tensione si aggiungono anche alcune dichiarazioni sull’Ucraina e Putin in contrapposizione con la linea del Governo. Poi però, come spesso è avvenuto, rapidamente tutto rientra. Berlusconi decide di appianare i contrasti con la premier. Guarda alle europee del 2024, alla possibile intesa tra il Ppe, di cui Fi fa parte, e i Conservatori, il gruppo in cui siede Fdi. Sono i giorni in cui viene ricoverato in terapia intensiva al San Raffaele. La diagnosi lascia poca speranza: leucemia mielomonocritica. Resterà nel nosocomio milanese per 45 giorni durante i quali aveva anche registrato due videomessaggi.

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Poi il rientro a casa, il tentativo di restituire un’apparente normalità con la convocazione ad Arcore di un vertice che si sarebbe dovuto svolgere sabato scorso. Non ne ha avuto la possibilità. Stavolta per Silvio Berlusconi è davvero finita. Nessun erede all’orizzonte.



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