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Simeti, le sue ellissi certificate dal nuovo catalogo ragionato

di Gabriele Biglia

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8' di lettura

I riconoscimenti talvolta arrivano tardi nella vita di un artista. Solo il tempo sembra permettete di intendere l'effettiva portata della ricerca svolta da un maestro lungo la sua intera esistenza. Ogni opera d'arte o creazione artistica, specialmente quando il linguaggio appare moderno e innovativo, deve trovare il momento giusto per essere intesa, letta e compresa nel suo corretto valore.
Così è stato per Turi Simeti (Alcamo, 1929), che alla soglia degli 88 anni vede finalmente racchiusa la sua Opera omnia in due volumi pubblicati da Skira, impeccabilmente curati da Antonio Addamiano e Federico Sardella, quest'ultimo già autore del catalogo ragionato di Enrico Castellani.

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I cataloghi ragionati giocano un ruolo importantissimo nella visione complessiva della vita e dell'opera di un artista e sono uno strumento fondamentale per promuovere il mercato di un maestro. Attivo da oltre 50 anni, Simeti, che vive e lavora a Milano, è uno dei maestri più rilevanti del panorama artistico non solo italiano, che attraverso le sue rigorose e calibrate tele estroflesse, costantemente scandite dalla presenza di ellissi, ha ideato una nuova espressione artistica che ha annullato la bidimensionalità del quadro, come testimoniano le 2mila opere create fra il 1960 e il 2016, censite nella pubblicazione scientifica realizzata in collaborazione con l' Archivio Turi Simeti .

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Il catalogo ragionato. Il primo tomo si presenta come un'ampia monografia che, in una scansione cronologica che procede di anno in anno sino al presente, colloca l'opera di Turi Semini all'interno del panorama artistico internazionale. Il secondo tomo illustra, invece, quasi 2mila lavori realizzati appunto fra il 1960 e il 2016, ciascuno accompagnato da una scheda descrittiva e dalle informazioni relative al percorso espositivo e bibliografico. La presentazione ufficiale al Palazzo Reale di Milano da parte dei due curatori e da Francesco Tedeschi , ordinario di Storia dell'arte contemporanea, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il caso ha voluto cadesse a pochi giorni dalla scomparsa di Enrico Castellani, che, insieme a Simeti e Agostino Bonalumi negli anni Sessanta superò il tradizionale concetto di superficie attraverso le tele a rilievo.

L'arista e le origini della sua ricerca. “In Simeti, la fantasia vince sul rigore e la scelta dell'ovale come figura piana che da sotto la superficie va ad alterare la classica tensione della tela, caratterizza i lavori dell'artista sin dai primi anni di attività” spiega Federico Sardella in questa intervista ad ArtEconomy24.
Quali sono gli elementi di originalità che rendono unici il lavoro e la ricerca di Turi Simeti nel panorama artistico degli anni Sessanta tra Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Paolo Scheggi ?
Ognuno di questi artisti arriva all'estroflessione della tela o all'alterazione della sua classica tensione e concezione con tempi e modalità differenti. Anche se, inizialmente, nel procedere di questi autori sono rintracciabili momenti di condivisione o di raggruppamento, come può esserlo stata l'esperienza degli studi nel quartiere delle Botteghe, a Sesto San Giovanni, a metà anni Sessanta, è il percorso individuale, specialmente letto oggi, a distanza di oltre cinquanta anni dall'inizio, ad avvalorare ulteriormente l'opera, che, nel caso di Simeti, non è supportata da particolari calcoli o teorie, ed è così leggibile, anche per contrasto, pensando ad autori ugualmente ostinati, come può esserlo stato, ad esempio, Giorgio Morandi.
In quali istituzioni e collezioni private o museali nazionali ed internazionali sono conservati i lavori di Simeti?
La stampa del Catalogo ragionato di Turi Simeti, è stata anche occasione per una ricognizione internazionale circa la presenza di opere dell'autore presso istituzioni e musei. Si tratta di un centinaio di lavori. In Italia, sono numerose le collezioni pubbliche che ospitano sue opere, acquisite a partire dai primissimi anni Sessanta. Un primo esempio, è dato dalla superficie con 60 ovali neri in legno del 1963 (catalogo n. 70, pag. 504), esposta nel 1964 al XV Premio Avezzano e da quel momento parte della collezione della GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino . A partire dagli anni Settanta, il rapporto dell'artista con la Germania e il nord dell'Europa si intensifica, anche in considerazione di una serie di esposizioni in musei, gallerie e fiere come Art Basel , dove le sue opere sono da sempre state proposte, tanto da essere state acquisite già allora da grandi realtà europee come la Sammlung Lenz Schönberg o la Schaufler Foundation . Un altro esempio emblematico, passando all'altra parte del mondo, può essere dato invece dalla presenza di una grande tela del 1986, grigia, con un solo ovale, nella collezione del MAM Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro , città nella quale Simeti ha vissuto dalla metà degli anni Ottanta per alcuni periodi.
A tendere le “Shaped Canvas”di Simeti è una struttura invisibile, evidente eppure celata, che sorregge l'opera, come apprendiamo dalle parole dello stesso artista, intervistato da ArtEconomy24: “La scelta dell'ellisse è in parte casuale e in parte conseguenza di alcune mie esperienze. In passato, nei primi anni Sessanta, ho infatti utilizzato la fiamma per modellare certe forme, che bruciacchiavo attorno ai bordi. Erano dei rettangoli di carta e cartone e lo facevo per ammorbidirne gli spigoli, ottenendo automaticamente un'ellisse. Questa forma ovoidale mi è sempre piaciuta e anche se, in qualche occasione, ho usato forme rotonde, rettangolari o quadrate, sono sempre ritornato all'ellisse avendo intuito prima e verificato poi che la tela si muove meglio se mossa da un'ellisse piuttosto che da un tondo. L'ellisse è dolce e nei suoi confronti c'è stato una sorta di innamoramento.
Quale funzione ricopre il colore nel suo lavoro?
Forse non tutti sanno che io parto quasi sempre dal bianco. Una volta definito il quadro ed ultimata la sua costruzione, dò una prima mano di bianco all'opera. Il bianco appiana tutto quanto, accentua il disegno e mi indica come muovermi. Poi è il quadro che chiama il colore, è la superficie che mi suggerisce se proseguire con un bianco o usare un nero o un argento. Che quadri simili abbiano colori diversi… beh, questa è un'altra storia, ed ulteriore conferma della diversità profonda fra un'opera e l'altra. Il colore è un aspetto dell'opera, una sorta di seconda pelle che attenua le imperfezioni della trama e dell'ordito e che leviga la superficie e la rende adeguata a rapportarsi con la luce. Il bianco, ad esempio, è un colore difficile, eppure lo uso da sempre. C'è stato un periodo in cui ho fatto soltanto quadri bianchi e neri, o grigi. Poi mi sono lasciato andare e ho iniziato a adoperare anche altri toni, come il rosso o il giallo, preoccupandomi però di usare il colore evitando che sia protagonista assoluto o che strilli e avendo cura di stenderlo in modo che dia un senso di pace, di silenzio saturo e di calma, anche se si tratta di rosso, giallo, azzurro o blu.
Quale significato ha per lei il concetto di “ripetizione” e cosa l'ha spinta a dedicarsi alle sue ellissi perseguendo la sua personale ricerca lungo questi cinquant'anni?
La mia ricerca è governata da un regime di continua ripetizione, nutrita però da scosse di instancabile, ricorrente, continua modificazione. Per tutta la vita, ogni giorno, ripetiamo gli stessi gesti e nel momento in cui li ripetiamo, automaticamente, come per magia, si rinnovano e arricchiscono delle esperienze precedenti, di tutto quanto li ha preceduti, bello o brutto che sia. Lo stesso nel mio lavoro, che prevede la ripetizione degli stessi gesti, nel momento in cui costruisco l'opera… che prevede che l'opera stessa sia il frutto della ripetizione di una modalità, di una prassi consolidata, di una immagine che nel suo ripetersi, naturalmente si modifica.
I primi Ovali risalgono al 1962 ed erano realizzati in cartone applicato su tela, mentre il passaggio alla sola tela apparirà nel 1966 (la prima rarissima tela sagomata è la Superficie verde con ovali del 1966, catalogo n. 160), come è nata la scelta di cambiare supporto passando alla tela?
Dal momento della sua comparsa, l'ovale è protagonista indiscusso della mia opera, ed è rimasto tale in questi ultimi cinquant'anni. Se questa forma è una costante, la variabile, il momento della differenza, è dato dalla sua collocazione sul supporto. Nel 1962 sono arrivato ad incollare su una tela addirittura 414 ovali di cartone ritagliati a mano, uno ad uno, tutti dipinti di colore bianco. Ho poi adoperato materiali diversi, incollando sulle tele forme ellittiche in gomma, legno e stoffa, senza mai alterarne la superficie, ma operando su di essa, non contraddicendone l'evidenza frontale né la tensione classica. Naturalmente sono poi arrivato a modificare la superficie, dapprima inglobando le ellissi nella tela per poi passare a renderle principio di volume in grado di alterare e dinamizzare lo spazio, passando così dal quadro al rilievo. In realtà, non ho mai cambiato il supporto delle mie opere, che è sempre stato, salvo qualche eccezione, una tela. Semmai, ho variato le modalità di intervento sul supporto.
Lei ha lavorato e vissuto a fianco ai più importanti artisti degli anni Sessanta, molti dei quali erano suoi amici da Lucio Fontana a Enrico Castellani. Quale ricordo ha di quegli anni d'oro dell'arte Italiana e dei suoi amici?
Prima di trasferirmi a Milano, fino alla metà degli anni Sessanta ho lavorato a Roma, dove sono entrato in contatto con grande facilità con Alberto Burri. Sempre a Roma ho incontrato gli artisti di Piazza del Popolo, Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano e gli altri, coi quali non condividevo però particolari tensioni. La mia ricerca era più affine a quella di chi lavorava a Milano e il mio trasferimento al nord lo devo a Lucio Fontana. Dopo il suo invito alla celebre mostra “ZERO Avantgarde”, allestita nel suo studio di Corso Monforte nel 1965, ho preso studio a Sesto San Giovanni, nel Quartiere delle Botteghe, dove lavoravano molti altri artisti, con alcuni dei quali sono rimasto amico per tutta la vita, come con Enrico Castellani.

Simeti tra collezionismo e mercato. Le opere più richieste e ricercate dai collezionisti internazionali sono quelle degli anni '60, spiega ad ArtEconomy24 Freddy Battino, esperto del dipartimento di arte moderna e contemporanea della casa d'aste Il Ponte : “Il mercato ricerca tendenzialmente le opere degli anni '60 anni in cui l'artista ha maturato e definito il suo linguaggio. I lavori realizzati in questi anni hanno un peso e una collocazione storica più consistenti, pertanto sono più preziose e ricercate. Anche i periodi successivi sono comunque richiesti, naturalmente quando si tratta di opere di qualità”.
L'archiviazione sistematica dei lavori di Simeti, curata dalla Galleria Dep Art , è iniziata nel 2013, anno di costituzione dell'Archivio. Parallelamente il fatturato in asta delle opere dell'artista ha iniziato ad incrementarsi per raggiungere il picco nel 2015. Qual è la situazione attuale ? “Al momento il mercato di Simeti ha subito un leggero rallentamento, conseguenza dell'improvviso numero di opere dell'artista presenti alle aste negli ultimi anni e dell'aumento esponenziale e piuttosto rapido dei prezzi” spiega Battino. “Credo che il mercato dell'artista debba trovare un equilibrio e una sua stabilità. Questo assestamento è oggi già percepibile dopo i grandi picchi del 2014-2015. Si tratta di un artista valido, pertanto merita un mercato stabile”.
Il collezionismo dei lavori di Simeti sembra essere sempre più di carattere internazionale, alcuni lavori dell'artista sono stati aggiudicati dalla casa d'aste Il Ponte a collezionisti privati stranieri. “Il 5 dicembre abbiamo venduto due opere di Simeti all'asta e una di queste è stata venduta all'estero. Ritengo sia un segno positivo per il mercato dell'artista , che mi fa essere ottimista riguardo al futuro” conclude l'esperto.

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