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Simonit: bisogna saper ascoltare la vite, così il lavoro in vigna cambia il vino

A colloquio con il titolare, con Pierpaolo Sirch, della Scuola italiana di potatura della vite: mani esperte per grandi vini

di Giorgio dell'Orefice

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Marco Simonit, titolare con Pierpaolo Sirch della Scuola italiana di potatura della vite

A colloquio con il titolare, con Pierpaolo Sirch, della Scuola italiana di potatura della vite: mani esperte per grandi vini


2' di lettura

Qualcuno ricorda di averlo visto firmare autografi aggirandosi tra i tavoli a una cena tra produttori di vino qualche Vinitaly fa. E alla domanda «Ma è un cantante?». La risposta fu: «No, il principale esperto italiano di potatura della vite».

È Marco Simonit, titolare con Pierpaolo Sirch della Scuola italiana di potatura della vite. Due corsi l'anno con una media a corso di 4-500 partecipanti (dal prossimo ottobre anche online), ma soprattutto un’attività di consulenza che ormai è molto più all’estero che in Italia, con filiali in Francia, Germania, Usa (California), Cile, Sudafrica e a breve anche Nuova Zelanda e Australia.

«Già da tempo è assodato – spiega – che per stare in cantina occorre conoscere l’enologia, servono titoli di studio o comunque una solida formazione professionale. Un analogo percorso deve ora avvenire nel vigneto perché la qualità di un vino nasce anche in campo. Anche dal lavoro in vigna dipende l’impronta di territorialità che si riscontra in bottiglia. Nei vigneti italiani c'è grande domanda di lavoro, ma di manodopera preparata e specializzata».

Quali sono le principali difficoltà del lavoro in vigna?
La vigna e le piante hanno bisogno di essere seguite durante tutto l’anno e anche nel lavoro in vigna c’è chi si specializza sulla sola potatura o sulla legatura dei tralci, sulla gestione della parete fogliare o sulla scelta dei germogli. Ma il vero plus è la capacità di interpretare la pianta.

Cioè?
La pianta è un essere vivente per cui è importante riuscire a capire di cosa ha bisogno. Se di essere rinforzata o anche di essere lasciata andare. E questo deriva solo dallo studio e dall’esperienza. Ma è ciò che fa la differenza tra i risultati mediocri e i grandi risultati. Mentre spesso ci si accontenta della media e non si valorizzano le eccellenze.

Ci sono in Italia varietà con un potenziale ancora inespresso?
Certo che ce ne sono. Ovviamente il Nebbiolo, il Sangiovese, il Nero d’Avola, il Nerello Mascalese, la riscoperta dei Trebbiani stanno continuando a dare risultati straordinari. Ma se devo indicare un potenziale inespresso mi vengono in mente il Gaglioppo e il Magliocco in Calabria. E poi il Greco di Tufo. Per potenziale espressivo, carattere, longevità è l’uva regina in Italia eppure non ancora pienamente capita. Ma non è solo una questione di varietà.

Su cosa altro si può lavorare?
Anche sui vecchi sistemi di allevamento legati alle tradizioni locali. In anni recenti ci si è un po’ appiattiti sul sistema a spalliera anche per favorire la raccolta meccanizzata. Mentre dal recupero del mix tra varietà autoctone e sistemi di allevamento della tradizione si possono raggiungere nuove vette qualitative e un’elevata distintività dei vini. Insomma, nei vigneti di lavoro da fare c’è ne è tanto ma bisogna essere preparati.

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