L'intervista

Simonovic (Onu): «In Italia fenomeno sottostimato e tempi-lumaca in tribunale»

La Relatrice speciale sulla violenza lancia l'allarme sul picco di femminicidi «Servono dati e misure concrete per la messa in sicurezza delle donne»

di Flavia Landolfi

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(REUTERS)

La Relatrice speciale sulla violenza lancia l'allarme sul picco di femminicidi «Servono dati e misure concrete per la messa in sicurezza delle donne»


3' di lettura

La pandemia da Covid moltiplica le sue vittime: in una spirale fuori controllo anche per la strutturale penuria di dati, il fenomeno del femminicidio e più in generale della violenza di genere ha subito un picco nel corso del 2020. È l’effetto lockdown che con l’isolamento tra le mura domestiche ha stretto le vittime in una morsa spesso fatale. Lo dice al Sole24Ore Dubravka Simonovic, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne.

Oggi è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza
contro le donne. Qual è la situazione nel mondo?

La valutazione non è buona. Assistiamo a una pandemia di femminicidi, una violazione dei diritti umani che ci trasciniamo da tempo. Anche se abbiamo un “vaccino” in termini di strumenti sui diritti umani (come la Convenzione Onu sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, per citarne uno), rimane in gran parte non attuato. Il 2020 è stato un anno particolare: il Covid ha avuto un effetto moltiplicatore dei maltrattamenti e della violenza di genere. In un mio recente rapporto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ho analizzato l’intersezione tra le due pandemie (Covid e pandemia di violenza di genere). Le misure restrittive per combattere la diffusione del virus hanno aumentato il rischio, la frequenza e l’intensità della violenza domestica, che colpisce prevalentemente le donne.

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Che idea si è fatta dei numeri che girano intorno a questo fenomeno?

I dati che il mio mandato ha raccolto dal 2015 attraverso l’ iniziativa «Femicide Watch» confermano i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine e indicano che tra le vittime di tutti gli assassinii intenzionali che coinvolgono partner intimi, più dell’80% sono donne. Nei miei rapporti ho fatto luce su molte manifestazioni di violenza contro le donne: per citarne alcune la violenza che colpisce le donne nella vita pubblica, come le giornaliste e le politiche; la violenza nei servizi di salute riproduttiva, e in particolare la violenza ostetrica che è ancora sotto il velo del silenzio. È chiaro dal lavoro che ho condotto che, sebbene alcuni progressi siano stati compiuti, ci sono ancora molti ostacoli che devono essere affrontati.

Gli interventi sono moltissimi, a partire da quello culturale.
Ma quali sono secondo lei le azioni che non possono più essere rinviate?

La raccolta dei dati nell’attuale crisi sarebbe di grande aiuto nell’analisi dei casi di femminicidio durante la pandemia e potrebbe contribuire ad evitare simili escalation in eventuali crisi future. Già dal 2015 ho lanciato un invito a tutti gli Stati e alle parti interessate per istituire osservatori sul femminicidio. La pandemia da Covid può essere l’occasione per emanare una legislazione in linea con gli standard internazionali sulla la prevenzione: per addestrare polizia e forze dell’ordine ma anche per procuratori e giudici, e così via. Il governo deve inoltre sostenere, finanziare e cooperare con i rappresentanti delle organizzazioni della società civile che forniscono assistenza diretta alle vittime e proteggono e promuovono i diritti delle vittime.

L’Italia, diceva. Qui quali sono le questioni più critiche?

Sfortunatamente, la violenza contro le donne è ancora molto invisibile e sottostimata. A peggiorare le cose, quando le donne decidono di denunciare, l’accesso alla giustizia può essere difficile, con lunghi ritardi che possono persino portare alla prescrizione di questioni davanti ai tribunali. Nel 2018, ho comunicato le mie preoccupazioni al governo in merito al ddl Pillon che introdurrebbe, tra l’altro, la mediazione obbligatoria in tutti i casi di separazione in cui un bambino è coinvolto: è una previsione in contrasto con le Convenzioni di Istanbul e Cedaw delle Nazioni Unite.

Durante la pandemia Covid-19, c'è stato poi un aumento sostanziale delle chiamate ai numeri di emergenza in Italia, indicando che questa manifestazione sistemica di violenza è stata aggravata dalle misure restrittive messe in atto in primavera, e ci si può aspettare una nuova impennata.

A proposito del ddl Pillon,cosa pensa del ricorso alle cosiddette
misure di contrasto all’alienazione genitoriale (ex Pas)?

Varie giurisdizioni in tutto il mondo tendono a ignorare la violenza del partner contro le donne nel determinare i casi di custodia dei figli. Nel maggio 2019 ho invitato gli Stati a prestare particolare attenzione a questi modelli e ad adottare le misure necessarie per garantire l'attuazione degli standard internazionali che richiedono che la violenza del partner contro le donne sia attentamente valutata nella determinazione della custodia dei bambini.

Per altro, il 15 febbraio 2020, l’Oms ha dichiarato di aver rimosso l'alienazione parentale dal suo indice e classificazione (Icd-11). Tuttavia, sembra che questo non sia ancora noto a molti giudici, che lo stanno ancora utilizzando quando decidono su tali casi.

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