Letteratura

Sincerità, giù la maschera!

di Filippo La Porta


3' di lettura

La generazione del ’68, memore del Giovane Holden e di James Dean, si contrapponeva al mondo adulto in nome della sincerità. Ogni rivoluzione, nella modernità, condivide questa disposizione d’animo. Robespierre, devoto a Rousseau, era ossessionato dalla sincerità, e dalla trasparenza. Così la Rivoluzione Francese, intensificando l’idea del “pubblico” nega l’oscurità inconoscibile dell’essere umano, e preannuncia i totalitarismi del ’900. Forse quella aspirazione sessantottesca è finita nella schiettezza brutale e senza rimorsi dei talk show. Ah, se quella generazione avesse letto nel 1972 Sincerità e autenticità di Lionel Trilling, ora finalmente pubblicato! Il saggio di Trilling, il più grande critico letterario americano del ’900 con Edmund Wilson (e storico della morale, interprete finissimo del moderno, voce autorevole fino alla sua morte, nel 1975) confonde meravigliosamente tutte le nostre idee in proposito. Assumendo la sincerità come veracità occorrerebbe chiedersi: e se la sincerità fosse una ulteriore maschera, una confessione a metà per tacere proprio le verità più innominabili? E se dire la verità si esaurisse nel conformarsi alle norme sociali e nel corrispondere alle aspettative degli altri? E se la sincerità fosse un peccato di presunzione, di hybris (l’orgoglio del Misantropo di Moliére, “virtuoso ridicolo” convinto di avere il diritto di dire una verità anche sfrontata a tutti)? E se nell’inesauribile palcoscenico della società l’uomo fosse sempre ipocrita? Nell’Amleto Polonio esorta il figlio a essere fedele a se stesso (per non essere falso con nessuno), ma dovremo essere fedeli alla parte migliore di noi o anche a quella peggiore (la sincerità francese è rivelare la parte di sé abietta, quella inglese soltanto non ingannare gli altri)? A quale delle mie tante personalità sarò fedele? Trilling usa con abbagliante immaginazione culturale innumerevoli opere letterarie e del pensiero - da Sant’Agostino a Rousseau, da Shakespeare e Pascal a Marcuse - senza mai apparire pedante. Segnalo soltanto il commento al Werther goethiano, dove il protagonista, pur affascinato dalla onestà del mondo arcaico, se ne sente irreparabilmente distante, o la originale lettura del personaggio conradiano di Kurtz, il cui grido di “orrore” pure salva il colonialismo inglese. Ma anche a Freud e alle critiche alla psicanalisi (per Sartre colpevole di malafede) sono dedicate pagine di grande acume. In particolare Trilling si sofferma sul Nipote di Rameau di Diderot, e sulla lettura che ne volle dare Hegel schierandosi non dalla parte della “coscienza onesta” (e filistea) del Diderot personaggio ma dalla parte dell’istrionismo del Nipote, vile e spudorato, che avrebbe il merito di ridersela della confusione del tutto, comportandosi da Spirito libero e autocosciente.

Mettiamo ora da parte la sincerità (che comunque per Trilling va perseguita senza fanatismo e con piena coscienza del nostro cuore di tenebra) e concentriamoci sulla autenticità, la quale significa «una concezione più complicata di sé e di ciò che significa essergli fedele». Anche l’autenticità ha un aspetto performativo, impastato di teatro. L’alternativa è solo tra fingere un ruolo o fingerne un altro. Qui ci soccorre Vonnegut: «Se ognuno è ciò che finge di essere deve stare bene attento a ciò che vuole fingere di essere». Trilling intende preservare l’individualità critica e autonoma contro la personalità eterodiretta della folla solitaria. Nella nostra inevitabile autodrammatizzazione bisognerebbe soprattutto evitare di compiacere la società, di vivere soltanto nella opinione altrui (la alienazione sociale di Emma Bovary, invece “autentica” nella propria sofferenza). Recitiamo almeno parti che non ci vengano imposte dal di fuori! Ma in ultimo Trilling è artefice di una torsione teorica sorprendente. Dopo aver elogiato il disincanto del moderno, il conflitto, la dialettica hegeliana, la eroica coscienza disgregata, lo smascheramento di Nietzsche, si rivolge alla tradizione rabbinica e al genere del romanzo, contrari a qualsiasi retorica dell’eroismo (da don Chisciotte e Tom Jones fino a Joyce). Ed è proprio il romanzo, con la sua moltitudine di personaggi, a indicarci una possibile via di uscita da certa unilateralità del moderno in una «autenticità gentile» che dischiude una «libertà singolare» (Tagliapietra).Nei personaggi di Wordsworth e Jane Austen l’autenticità si identifica - sottolinea Trilling con un colpo di scena ermeneutico - non nella faticosa costruzione del sé ma nel puro «sentimento dell’essere», nella elementare semplicità biologica della vita. Come aveva detto qualche anno prima in The opposing self (1955): quella autenticità - refrattaria al moderno - si conserva nella silente dignità dei camerieri di Hemingway, nelle umili figure di Dreiser, nei neri e negli idioti di Faulkner, nelle persone semplici e primitive di Lawrence.

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Sincerità e autenticità

Lionel Trilling

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