A TAVOLA CON

Sir Rocco Forte: «Italia declinazione perfetta del lusso Strategica anche per il mio cuore»

di Paolo Bricco


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Sir Rocco Forte (ritratto di Ivan Canu)

7' di lettura

«L’Italia è complicata. Ma io la amo. E, adesso, so come navigarci. Essere determinati con la pubblica amministrazione, ma non aggressivi. Sapere che i tempi burocratici sono lunghi ma che questo, di solito, dipende dalle norme e non dalla volontà dei tuoi interlocutori. Adottare le policy aziendali più trasparenti che non lasciano spazio ad ambiguità. Il vostro Paese è indispensabile per lo sviluppo del mio gruppo. Anche se, davvero, qui ti capitano cose che altrove sono inimmaginabili. Ma dove ti succede di essere al tavolo negoziale con un amministratore pubblico che, a un certo punto, ti fa l’occhiolino? Lo fa una prima volta. E io non capisco. Allora lo fa una seconda. E, a quel punto, mi rendo conto che lui mi chiede di fidarmi di una sua promessa che, poi, realizzerà in un secondo tempo. E, in effetti, andrà così».

Sir Rocco Forte, classe 1945, ha un’ironia affettuosa per il nostro Paese. In lui non c’è traccia del sarcasmo che talvolta gli inglesi riservano all’Italia: la amano, ma poco la capiscono e sotto sotto la disprezzano. Siamo su una terrazza meravigliosa, incastonata dietro all’Hotel De Russie di via del Babuino e non lontano dall’Hotel De La Ville, in cima alla scalinata di Trinità dei Monti, che verrà inaugurato fra pochi giorni, giovedì 23 maggio. Sir Rocco veste un abito grigio scuro di Davies &Son a Savile Row, la cravatta è di Turnbull and Asser, la camicia azzurra è fatta da un’artigiana di Roma, l’orologio è un Audemars Piguet.

Il cielo coperto e la poca luce nell’aria non sviliscono il colpo d’occhio sui tetti di Roma. La tavola è di legno. La tovaglia bianca è di campagna. L’albero di pompelmi qui accanto è ricco di frutti. I profumi della tavola si miscelano con quelli dei fiori e delle piante, in particolare si avverte l’odore dell’alloro. Questa terrazza appartiene alla casa di Fulvio Pierangelini, lo chef che ha reso celebre il Gambero Rosso di San Vincenzo per diventare poi mente e anima dei ristoranti della Rocco Forte Hotels (tecnicamente è creative director of food): «Fulvio è un mio amico, quando voglio staccare e lui ha tempo vengo qui a prendere il fresco, a bere un caffè e a parlare». Pierangelini ha preparato per noi un pranzo sospeso fra l’equilibrio delle forme estetiche e la modernità delle combinazioni - non cervellotiche, ma razionalmente fantasiose - dei prodotti della nostra terra. «Non mi è mai piaciuta la superlavorazione del cibo - dice Sir Rocco - per questo apprezzo il suo stile, per cui la semplicità dei piatti è un punto di arrivo, non un punto di partenza».

Iniziamo con una tartare di gamberi rossi con ricotta e carciofi, degli scampetti alla griglia, una crema di piselli e fave con salmone marinato e asparagi selvatici, delle puntarelle con alici e dei carciofi alla romana. Fulvio è assistito da una ragazza belga, Marie Mincke, che ha lasciato l’architettura per la cultura del cibo. Beviamo un Valentini Cerasuolo di Abruzzo Rosato.

Per Rocco Forte l’Italia è la memoria trasmessa dal padre Charles: una vita da romanzo la sua, il bimbo di nome Carmine nato nel 1908 in un piccolo borgo in provincia di Frosinone che nel 1913 con la madre Maria Luigia raggiunge il padre, anch’egli Rocco, da tempo emigrato in Scozia, e che dalla prima latteria costruisce un gruppo con 800 alberghi, 1.200 ristoranti e 70mila addetti. Ma, l’Italia, è anche una componente significativa del business. Nell’anno fiscale 2017-2018 il Rocco Forte Hotels ha fatturato 206 milioni di sterline, con un Ebitda di 34,4 milioni. Nella geografia del gruppo il nostro Paese è fondamentale con l’Hotel Savoy di Firenze, l’ Hotel De Russie a Roma, il Verdura Resort a Sciacca in Sicilia e la Masseria Torre Maizza a Fasano in Puglia, che ha aperto il 1° maggio. Giovedì prossimo sarà appunto inaugurato l’Hotel De la Ville a Roma e, nel maggio del 2020, sarà la volta del Grand Hotel Villa Igiea, uno dei luoghi simbolo di Palermo. Fuori dall’Italia gli hotel sono sette.

Pierangelini porta in tavola i suoi spaghetti con pomodoro fresco e basilico. «Con tutte le nuove attività a regime - riflette Sir Rocco - l’Italia peserà per oltre la metà sul fatturato e per poco meno della metà sull’Ebitda. Sto cercando nuovi hotel a Milano e Venezia. E sono interessato alle città più piccole in Toscana, Veneto e Emilia Romagna. Nessun Paese come l’Italia ha così tante mete turistiche di straordinario interesse per le élite nordamericane, la vecchia borghesia europea, i ceti emergenti asiatici. Esercita un tale fascino che, declinando il lusso internazionale sul senso della bellezza e il calore italiani, i prezzi sono molto elastici: i clienti sono disposti a corrispondere un prezzo adeguato al servizio».

Rocco Forte non ha potuto non misurarsi con l’ombra del padre. Accade a chi capita in sorte di nascere da genitori che hanno costruito qualcosa di imponente o sono stati qualcosa di magnetico. Per rimanere in Italia Roberto Olivetti con Adriano, Edoardo Agnelli con Gianni, Leopoldo con Alberto Pirelli. Quando glielo chiedo, Sir Rocco esprime serenità. Il naturale confronto che si fa, nel suo caso, amorevole conflitto fra padre e figlio ha avuto un punto di svolta - dagli effetti paradossali - nella vicenda della scalata realizzata, nel 1996, dalla conglomerata di investimenti Granada sul Forte Group. «La mia famiglia lo controllava con il 5 per cento. Era una public company. Il meccanismo dei mercati dei capitali aveva consentito all’impresa di mio padre di crescere moltissimo. In quella azienda, il rapporto con mio padre non è mai stato semplice. Lui aveva molte leve operative e disponeva di un management molto coeso fatto di vecchi collaboratori fedeli. In diverse occasioni io avrei voluto cambiare degli assetti, ma lui non era mai stato d’accordo. Mi sarò dimesso, o lui mi avrà licenziato, quattro o cinque volte. Poi, c’è stato il takeover di Granada. Ed è cambiato tutto. Alla fine, è andata bene così».

Oggi Sir Rocco appare pacificato, ma il periodo successivo alla scalata di Granada è stato complesso. Poteva andare male. È andata bene. «Quando, nel 1997, ho aperto la mia società, mio padre era contento. Lui, che aveva avuto una identificazione totale fra vita e lavoro, aveva 89 anni. Io, a 53 anni, dovevo scrivere una nuova storia. Ho faticato a trovare il primo hotel, che poi è stato il Balmoral di Edimburgo. Sotto il profilo del capitale, siamo partiti con 50 milioni di sterline: 25 miei, 5 di mia sorella Olga e 20 suoi. All’inizio non voleva darmeli. Era la prima volta che aveva tutta quella liquidità ed era tentato dall’idea di lasciarla in banca, a crescere con gli interessi. Poi ha deciso di farlo e, come azionista, ha avuto un comportamento perfetto: non è mai andato al di là delle sue prerogative, non mi ha mai fatto ombra, ho avuto soltanto benefici dai suoi consigli, dalla sua generosità e dalla sua reputazione».

Sir Rocco dice tutto questo con un lampo di affetto negli occhi. Poteva andare male. È andata bene. E, dato che le radici degli uomini sono profonde e il destino segue itinerari imprevedibili che spesso fanno coincidere la razionalità del business con le ragioni del cuore, la possibilità che il gruppo, fondato ventun anni fa da lui, compia un salto dimensionale diventando da medio a grande passa dal nostro - anche il suo - Paese. Pierangelini porta in tavola un agnello da latte con purea di patate con olio extravergine di oliva e un Montepulciano d’Abruzzo, sempre di Valentini. Sir Rocco pensa all’Italia. Non ci sono solo i nuovi hotel. C’è il tema dell’equity: la Cassa Depositi e Prestiti, attraverso il Fondo Strategico Italiano, ha rilevato nel 2015 il 23% della Rocco Forte Hotels con un aumento di capitale da 60 milioni di sterline: «La scelta dell’amministratore delegato del Fondo Strategico Maurizio Tamagnini - ricorda Sir Rocco - venne assai criticata dagli operatori nazionali. E, invece, si è dimostrata lungimirante». E ci sono appunto le ragioni del cuore. Perché, in questa storia, molte cose hanno un senso: «Ricordo la prima volta che venni in Italia. Io avevo otto anni, mia sorella Olga sette. Era il 1953. Andammo in treno dalla Victoria Station di Londra a Dover. In traghetto attraversammo la Manica. Il treno partito da Calais percorse tutta la Francia. A Ventimiglia la carrozza ristorante francese venne sostituita da una italiana, così da cambiare i menù. Arrivammo a Roma. Due giorni all’Hotel Excelsior. E, poi, con una macchina fino a Mortale, il paese di papà nel Frusinate che così si chiamava perché i borboni vi impiccavano i briganti».

In tavola arriva il gelato al caffè con la panna. Sir Rocco si ferma. Ricomincia a ricordare: «Mortale era un pugno di case che, tanti anni, dopo sarebbe stato rinominato Monforte in onore di mio padre. Ci saremmo rimasti un mese, ospiti nella casa colonica di una vecchia zia. L’elettricità aveva raggiunto da poco le case. L’acqua si tirava su dai pozzi. Il giorno del nostro arrivo, mio papà entrò in paese, scese dalla macchina e lasciò me e mia sorella per qualche minuto da soli. Faceva caldo. Mia madre non c’era. Sarebbe arrivata qualche giorno dopo. I finestrini erano tirati giù. Tutto intorno a noi, sentivamo parlare dialetto. Io e mia sorella, abituati a parlare in italiano a casa, ci guardavamo: non capivamo una parola e ci chiedevamo dove fossimo finiti. Pensavamo di essere ancora in Francia. Lo ricordo come fosse ora». E, mentre lo racconta bevendo prima un caffè espresso e poi un dito di whisky, il suo sorriso si fa largo e il suo volto ha una espressione come di gratitudine.

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