Il SOTTOSEGRETARIO INDAGATO PER CORRUZIONE

Siri e i 30mila euro «promessi»: il documento della Procura

di Ivan Cimmarusti


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2' di lettura

Il sottosegretario Armando Siri è indagato per corruzione in quanto riceveva «la promessa e/o la dazione» di 30mila euro da Paolo Francesco Arata. Il particolare emerge dalle intercettazioni tra lo stesso Arata e il figlio Francesco, tuttavia la conversazione, come pubblicata dal Corriere della Sera («Questa operazione ci è costata 30mila euro») sarebbe falsa. Lo sostiene il quotidiano La Verità, in un articolo a firma del giornalista Giacomo Amadori, che ripercorre una serie di notizie pubblicate in questi giorni dai principali quotidiano italiani, bollandole in parte come “fake news”.

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Caso Siri, il documento della Procura di Roma

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Domani il deposito della intercettazione
Fonti della Procura della Repubblica di Roma né confermano né smentiscono. Di certo domani sarà un giorno cruciale, perché i magistrati depositeranno (pochi) atti giudizari per l'udienza del Tribunale del Riesame, chiamato a decidere sul dissequestro di telefoni e computer da Paolo Franco Arata. Secondo le stesse fonti tra questi documenti ci sarà anche la telefonata tra Arata e il figlio Francesco, che ha consentito ai pm capitolini di iscrivere nel registro degli indagati Siri con l'accusa di corruzione. Si saprà, dunque, se è “falsa” come accusa la Verità.

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L'imputazione dei pm
Stando all'accusa dei magistrati, infatti, «Armando Siri, senatore e sottosegretario di Stato presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ed in tale duplice qualità di pubblico ufficiale, per l'esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri, asservendoli ad interessi privati riceveva indebitamente la promessa di 30mila euro da Paolo Franco Arata, amministratore della Etnea srl, della Alqantara srl, dominus della Solcara srl e della Solgesta srl».

CASO SIRI -IL DOCUMENTO DELLA PROCURA DI ROMA

Stando agli investigatori Siri (che nel 2014 ha patteggiato una condanna a un anno e otto mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta) avrebbe concordato «con gli organi apicali dei ministeri (Infrastrutture, Sviluppo economico e Ambiente) l'inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare (decreto interministeriale in materia di incentivazione dell'energia elettrica da fonti rinnovabili) e di iniziativa governativa di rango legislativo (legge cosiddetta Mille proroghe, di Stabilità e legge cosiddetta Semplificazione) ovvero proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per i minieolico». Secondo i magistrati, però, il vantaggio diretto di questi provvedimenti sarebbe andato all'imprenditore Vito Nicastri, reale titolare delle aziende nonché ritenuto vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro.

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