record da tre anni

Siria e Arabia Saudita fanno volare il petrolio: Brent a 73 dollari

di Sissi Bellomo

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Il cacciatorpediniere americano Uss Donald Cook salpa dal porto di Larnaca a Cipro (Reuters)

2' di lettura

Le tensioni geopolitiche salgono alle stelle e alimentano il rally del petrolio, fino a spingere il Brent sopra 73 dollari al barile, il massimo da più di tre anni (qui le quotazioni aggiornate).

Un attacco americano in Siria è sempre più probabile dopo le ultime minacce di Donald Trump, al punto che Eurocontrol, l’organizzazione europea che vigila sulla sicurezza dei voli, ha messo in allerta le linee aeree sulle rotte verso il Mediterraneo orientale per «possibili azioni militari» nel giro di 72 ore.

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Il presidente Usa, via Twitter come al solito, ha intimato alla Russia di prepararsi all’arrivo di missili in Siria, in risposta al sospetto attacco chimico della settimana scorsa.

I rischi in Medio Oriente, area cruciale per i rifornimenti di greggio, stanno peraltro aumentando anche su altri fronti. Oggi gli Houthi, fazione ribelle sciita che controlla lo Yemen del Nord, hanno tentato un nuovo attacco contro infrastrutture petrolifere saudite: un drone ha bombardato la provincia sudorientale di Jizan, sul Mar Rosso, dove Saudi Aramco possiede diversi impianti e sta costruendo una raffineria da 400mila barili al giorno. La compagnia ha in seguito assicurato che i suoi impianti continuano a operare «normalmente e in sicurezza».

Solo pochi giorni fa – e a pochi chilometri di distanza – gli Houthi avevano preso di mira una petroliera saudita, in navigazione verso Bab El Mandeb, stretto che separa il Mar Rosso dal Golfo di Aden, da cui transitano quasi 5 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati.

Questo mese Riad ha anche intercettato un missile, uno dei tanti che ormai vengono sparati dallo Yemen verso l’Arabia Saudita, che puntava verso serbatoi di stoccaggio a Jizan. Si tratta di minacce concrete, che il mercato non riesce più a ignorare, nonostante ci siano anche forze ribassiste in campo, in primo luogo il timore di guerre commerciali, che rischierebbero di frenare l’economia globale.

Anche la produzione americana da shale oil – ulteriormente incoraggiata dalla salita dei prezzi del barile – non smette di crescere: la settimana scorsa per la prima volta ha superato 10,5 mbg secondo l’Eia, che ha anche segnalato un inatteso aumento delle scorte di greggio negli Usa (+3,3 mb). Nonostante tutto negli ultimi due giorni il barile si è apprezzato di circa il 6%. Il Brent ha brevemente superato quota 73 dollari, un record da oltre tre anni, il Wti si è spinto oltre 67 dollari. Sui mercati petroliferi una fiammata così non si era più vista da quando l’Opec e i suoi alleati, a inizio dicembre 2016, trovarono l’accordo per tagliare la produzione di greggio.

Ora l’Organizzazione sta lavorando con la Russia per costruire un’alleanza permanente. I Paesi della coalizione, ha ribadito ieri il ministro saudita Khalid Al Falih, «non resteranno seduti a guardare se dovesse riformarsi un eccesso di offerta», anche se non vogliono che i prezzi salgano a «livelli irragionevoli».

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