l’offensiva turca

Siria, le truppe di Assad a Kobane. I curdi: stop alle operazioni anti-Isis

Il presidente Mattarella da Washington: la Turchia deve fermare le operazioni militari e ritirarsi


Siria, Erdogan dice no al cessate il fuoco chiesto dagli Usa

3' di lettura

Un cessate il fuoco in cambio della resa. «Se i terroristi se ne vanno dalla zona di sicurezza» che la Turchia vuole creare ai suoi confini con la Siria, «l’operazione Fonte di pace finirà». Recep Tayyip Erdogan formula così la sua “offerta” ai combattenti curdi e ai leader mondiali che «cercano di mediare». Nessuna trattativa, assicura il presidente, perché «non è mai accaduto nelle storia della Repubblica turca che lo Stato si segga allo stesso tavolo di un'organizzazione terroristica».

Ma dopo una settimana di raid e scontri che hanno provocato centinaia di morti e almeno 250 mila sfollati, l’offensiva comincia a segnare il passo. Frenata dall'intervento della Russia, che ha scortato l’esercito di Bashar al Assad ai confini dell'area invasa da Ankara, a Manbij e in serata anche a Kobane, città simbolo della resistenza curda contro l'Isis, l'operazione militare vive ore decisive sul piano diplomatico.

Erdogan è alla vigilia dell'incontro ad Ankara con il vicepresidente americano Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo, inviati d'urgenza da Trump per cercare una tregua insieme al consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O'Brien e al mediatore James Jeffrey, ex ambasciatore ad Ankara e oggi inviato speciale del tycoon per la Siria e la Coalizione anti-Isis.

Un incontro teso ancor prima di cominciare, dopo che il leader turco li ha pubblicamente snobbati («Quando verrà Trump, vedrò lui»), salvo poi fare una brusca retromarcia. «Il nostro obiettivo - ha spiegato Pompeo - non è rompere le relazioni con la Turchia, che è un membro Nato con cui condividiamo importanti interessi di sicurezza, ma negare ad Ankara la capacità di continuare la sua offensiva in Siria. Erdogan deve fermarla».

Trump, intanto, conferma il ritiro delle truppe e prende a modo suo le distanze: «È un conflitto tra Turchia e Siria, noi non siamo i poliziotti (del mondo, ndr), è tempo di tornare a casa. La Siria può ottenere l'aiuto dalla Russia e va bene: c'è molta sabbia con cui giocare lì...». Per il tycoon, «le sanzioni sono più efficaci per mantenere la stabilità che la presenza delle truppe Usa», e del resto «i curdi non sono degli angeli», anzi «il Pkk è peggio dell’Isis». Forse anche per questo i combattenti curdi hanno dichiarato lo stop delle operazioni di contrasto a quel che resta dello Stato islamico, comunque non più la priorità numero uno, dopo l’attacco turco. Intanto, con un voto bipartisan, la Camera Usa ha condannato la decisione del presidente americano di ritirare le truppe dalla Siria, spianando la strada di fatto all’offensiva turca contro i curdi.

In questo scenario, il Cremlino si delinea sempre più come arbitro del conflitto. Dopo aver schierato la sua polizia militare come forza d'interposizione, Mosca sembra pronta a trattare la fine delle ostilità tra le parti in causa, mentre le pressioni per una tregua continuano da tutto il mondo. A questo proposito Erdogan volerà in Russia da Vladimir Putin il 22 ottobre.

Dalla Casa Bianca, dove si trova in visita, il presidente Sergio Mattarella ha ribadito con forza la «condanna» italiana di un'offensiva che rischia anche «di offrire spazi impensati all’Isis», mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha firmato l’atto ufficiale per bloccare le vendite future di armi alla Turchia e avviare un'istruttoria sui contratti in essere, mentre a seguito delle tensioni è stato annullato il Forum economico italo-turco previsto tra una settimana a Istanbul.

A ridosso del confine gli scontri continuano. L'aviazione e l'artiglieria di Ankara hanno martellato ancora Ras al Ayn. Scontri si sono registrati anche nei pressi dell'autostrada strategica M4, che attraversa il nord della Siria da Aleppo all'Iraq.

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