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Sistema solare, l’asteroide Igea “promosso” a pianeta

Sta a due passi da noi, poco oltre Marte, a mezzo miliardo di chilometri dal Sole, solo tre volte più lontano della Terra. La scoperta è stata annunciata proprio dall'Osservatorio europeo del Sud, ed è opera di un nutrito gruppo di astronomi, in maggioranza schiacciante francesi

di Leopoldo Benacchio


Simulazione al computer sulla formazione di Igea

4' di lettura

È il più piccolo fra i piccoli, ma comunque è un pianeta, qualifica non facile da conquistare. Inoltre non è uno degli oramai 4000 e più pianeti extrasolari, che girano attorno a stelle diverse dal nostro sole, numero che cresce praticamente ogni giorno grazie ai telescopi robotici orbitanti attorno al nostro di pianeta, questo nuovo acquisto invece sta a due passi da noi, poco oltre Marte, a mezzo miliardo di chilometri dal Sole, solo tre volte più lontano della Terra. Nulla in confronto ai miliardi di miliardi che dista la stella più vicina. La scoperta è stata annunciata proprio oggi dall'Eso, l'Osservatorio europeo del Sud, ed è opera di un nutrito gruppo di astronomi, in maggioranza schiacciante francesi, che hanno utilizzato i 4 telescopi europei VLT in Cile, enormi bestioni con specchi primari da 8 metri racchiusi in cupole alte una quarantina di metri, in pieno deserto di Atacama nelle Ande, uno dei posti al mondo dove le nuvole non arrivano mai e l'aria è più trasparente. Più che una scoperta si tratta però di una promozione sul campo: Igea, Higeia in greco, è noto da tempo come asteroide, dal 1849, quando fu scoperto all'Osservatorio di Napoli a Capodimonte: molto scuro, difficile da osservare in dettaglio, è rimasto lì fino ad ora col suo nome dedicato alla Dea greca della Salute e ai Borboni.

Il team francese è riuscito, con nuova strumentazione asservita ai telescopi VLT, a vederlo per la prima volta in grande dettaglio e ha potuto capire che ha forma sferica e un aspetto decisamente planetario. Igea soddisfa quindi a quasi tutte le condizioni stabilite per essere definito pianeta, regole che sono state dettate dall'Unione Astronomica Internazionale, delegata dall’Onu per questo compito, meno inutile di quanto può sembrare di primo acchito.

Igea gira attorno al Sole, come Terra, Marte e gli altri, ha forma sferoidale, come hanno potuto vedere gli scienziati che hanno effettuato queste nuove ricerche, e per riuscire ad avere questa forma deve avere una massa che, per quanto piccola rispetto ai fratelli maggiori, permette alla sua gravità di arrivare alla sfericità. Non è poi satellite di nessun pianeta principale, nonostante ci siano satelliti naturali come la nostra Luna o Titano, satellite di Saturno ricoperto di metano e altri idrocarburi, ben più grandi, dai 3000 e oltre chilometri di diametro, mentre il piccolo Igea ha un diametro di soli 430 chilometri.

Alcuni dei piccoli pianeti scoperti oltre Plutone

Non è riuscito però, condizione richiesta a “fare pulizia” di detriti attorno a sé, dato che sta nella fascia asteroidale fra Marte e Giove, dove di piccoli e piccolissimi asteroidi ce ne sono tante centinaia. Ma potrebbe farla in futuro, è giovane infatti, meno di 2 miliardi di anni.

Simulazioni al computer, immancabili, hanno dimostrato che probabilmente, visto che Igea non presenta segni di grandi impatti alla superfice, il nuovo piccolo pianeta si è formato da un corpo assai più grosso ridotto in briciole dall'urto con un altro asteroide grande minimo 150 chilometri di diametro, appunto 2 miliardi di anni fa. Le tante schegge provocate in parte sarebbero rimaste tali e in parte si sarebbero ricompattate formando Igea. Ipotesi suggestiva e considerata molto plausibile.

È anche molto probabile che questa scoperta riporti in auge il tormentone, che tanto sta cuore agli americani, sullo scippo della qualifica di “pianeta” a Plutone. Nel 2004 infatti sempre l'Unione astronomica internazionale aveva ridefinito le regole per poter chiamare pianeta un corpo celeste, Plutone era passato alla classe inferiore di “piccolo” e il sistema solare si riduceva da 9 a 8 pianeti.

Apriti cielo: gli americani lo considerano infatti un pianeta tutto loro, dato che è stato scoperto 90 anni fa da un americano bravo, ma con una notevole botta di fortuna e deve il suo nome a una bambina che lo propose, e di conseguenza hanno fatto, negli ultimi 15 anni il diavolo a quattro, senza minimamente ragionare sul fatto che si tratta di una questione di nomenclatura e basta.

Peraltro la decisione non era stata adottata per pura cattiveria nei confronti dei colleghi americani, ma perché nel frattempo, con gli strumenti di nuova tecnologia che possediamo, sono stati scoperti altri mondi, che fanno parte del nostro sistema solare, grandi anche come Plutone ma più distanti. Vediamo chiaramente parecchio più in là insomma e nell’immediato futuro, nei prossimi 10 anni, ne troveremo a decine se non centinaia. I poveri studenti nel prossimo decennio quindi sarebbero costretti a mandare a memoria non 9 nomi di pianeti come successo alla maggior parte di noi, ma qualche centinaio.

Le rivoluzioni tecnologiche, d'altronde, cambiano sempre le carte in tavola. Basta pensare a Galileo Galilei, per restare nel campo, che con un tubo di cartone e due lenti di pessimo vetro, aprì le strade dell’universo che oggi conosciamo o, per andare nel mondo opposto, l’invenzione del microscopio cambiò in modo totale l’approccio alla medicina. Piccolo o grande, quindi, Plutone resta sempre un pianeta e anche il nuovo arrivato promosso sul campo aspira a questa medaglia. Si tratta quindi di nomenclatura e forse gli astronomi americani dovrebbero essere un po' più romantici, come noi europei, e rileggere la scena del balcone in Giulietta e Romeo, quando la bella e indimenticabile giovinetta ricorda all’amato, precariamente arrampicatosi verso di lei, “Che cosa è un nome? Una rosa conserva il suo profumo anche se la chiamiamo con un altro nome” (atto II, Scena II).

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